mercoledì 16 dicembre 2015

Assistenti Familiari, il Galateo della Convivenza: i Caring Angels degl’Italiani Agées sono 2 Milioni. Cineforum sul film estone "A Lady in Paris" col Premio César Jeanne Moureau alla mia rassegna “I Nostri Angeli”

di LELE JANDON



Come abbiamo detto sin dalla prima Serata della rassegna “I Nostri Angeli”, le tradizionali funzioni degli Angeli nelle religioni sono quelle di: mediatori, messaggeri e custodi. Custodi cioè assistenti: come i nostri assistenti familiari (come è bello e giusto chiamare i cosiddetti “badanti”, parola che non rende giustizia a quest’impegnativa professione nonché sofferta scelta di vita fatta spesso per non far mancare nulla ai figli lontani). Sono i nostri “Caring Angels”, che cioè si prendono cura dei nostri cari agées.
E la volta scorsa abbiamo approfondito anche qual è il carattere degli Angeli: il grande libro del mistico svedese luterano del Sei-Settecento Emanuel Swedenborg, che ne è stato visitato in sogno, ci testimonia che i caratteri degli Angeli sono l’amore e la saggezza e che tutti gli Angeli sono nati umani e che lo scopo finale di noi umani è diventare Angeli.
Il teologo cattolico del Trecento Tommaso d’Aquino ci ha dato anch’egli un contributo fondamentale ad immaginare queste figure spirituali: egli dice che gli Angeli pensano per intuizione. La loro forma d’intelligenza è l’intuizione: e che cos’è, l’intuizione, se non l’unione di cuore e mente, appunto? 
Oggi che viviamo in una cultura intellettualistica in cui dobbiamo ancora riconoscere l’intelligenza emotiva nel giudizio e selezione di studenti e personale, sarà bene sviluppare l’altro lato della nostra mente, quello destro, quello della creatività compassionevole, anche grazie a questi tesori delle nostre tradizioni spirituali, per diventare pienamente umani.
Oggi esiste un filone della psicologia sperimentale, l’intuizionismo, a cui io aderisco, che ha mostrato, attraverso gli esperimenti sugl’infanti, che nasciamo già dotati di intuizioni morali innate: un innato senso di giustizia (ecco spiegato perché, persino in contesti che pretendono di snaturare l’umanità come il nazionalsocialismo, ci sono i giusti, angeli umani come quelli che vedremo nel film di giovedì 28 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria della Shoah, “Storia di una Ladra di Libri”).

Anche il poeta tedesco del Secolo scorso Rudolf Otto Wiemer ci dà un suggerimento, scrivendo che non è mica detto che gli Angeli siano esseri alati (non li vedeva così nemmeno Swedenborg): in effetti, già quaggiù sulla Terra ci càpita la meraviglia d’incontrare persone dotate di straordinaria intuizione morale, proprio come Anne, la badante estone protagonista del film di oggi, la quale intuisce, appunto, che dietro la stronzaggine (apparentemente solo caratteriale) di Frida oltreché un caratteraccio c’è una storia curiosa da tirar fuori ed ascoltare.
Io questa intuizione amo chiamarla, con la poetessa ebrea Adrienne Rich, “immaginazione morale”: in fondo, pensiamoci bene, che cos’è, se non la nostra immaginazione, il carattere che più definisce la nostra umanità?
Ebbene, oggi faremo un’opera d’immaginazione e proveremo a metterci nei panni degli assistenti familiari: le loro speranze, le loro fatiche, i loro dolori morali. E vi fornirò, dopo aver letto vari manuali, un galateo della buona convivenza fra noi, i cari assistiti, e loro.
Con l'aumento della durata della vita e contestualmente all’ingresso nel mondo del lavoro delle donne, aumenta il bisogno di assistenza per le persone anziane (specie le donne in quanto più longeve). Così come nella nostra lunga infanzia abbiamo bisogno di una figura materna (che -come vedremo al Cineforum sul film "Piume di struzzo" che presenterò domenica 20 dicembre 2015 alla Casa dei Diritti del Comune di Milano sulle famiglie composte da due mamme o da due papà- può essere incarnata anche da una persona di sesso maschile tant’è vero che ci sono non pochi assistenti familiari dal Perù), così da vecchi càpita di avere bisogno di figure di accudimento altrettanto materne: dolci, pazienti ed amorevoli. “Sufficientemente buone”, per usare il lessico del grande psicanalista Winnicott: tali da garantire la giusta autonomia e creatività. "Posso essere le sue braccia e le sue gambe", dichiara Anne, l'aspirante assistente, a Frida, troppo orgogliosa per ammettere di aver bisogno d'aiuto nel film che vediamo stasera, "A Lady in Paris". In Italia sono quasi due milioni gli assistenti (in maggioranza straniere e donne) che almeno nel 60% dei casi finiscono per diventare parte integrante della famiglia di cui sono collaboratori, proprio come la governante Minny, la tata di Celia Foote nel romanzo e film "The Help" (il film che ha inaugurato la prima edizione della mia rassegna alla Casa dei Diritti): un vero fenomeno di costume di cui i media non parlano. Spesso, insieme con gli animali d'affezione, sono l'unica compagnia di vedovi e persone anziane senza figli e nipoti: i loro “caring angels”, gli angeli che se ne prendono cura.
Quando sono andato in visita per "Il Cinema e i Diritti" al servizio "CuraMi", attivato nel Pio Albergo Trivulzio in collaborazione con il Comune di Milano, la signora Carla Piersanti mi ha spiegato che la descrizione del carattere dell'anziano è estremamente importante nel dossier che serve per trovare le corrispondenze fra domanda ed offerta di lavoro.
Ebbene, un grande psicanalista junghiano, scomparso quattr'anni fa, James Hillman, proprio da vecchio ha dedicato un originale libro al Carattere: alla domanda "qual è il senso della nostra lunga vecchiaia?" - quesito filosofico che presuppone che ci sia un'intelligenza studiabile nella Vita-, egli risponde, osservando l'energia morale che aumenta negli anziani pur pieni di acciacchi e dolori e guai: l'esplorazione di ciò che dura e resta oltre la nostra dipartita, il nostro Carattere.
Seguendo la Via indicata dalla sapienza greca nel motto del dio Apollo sul Tempio di Delfi, "Conosci te stesso!", il grande filosofo ed analista americano ci suggerisce che il significato profondo della nostra vecchiaia è conoscere sé stessi, studiare il nostro Carattere (o caratteraccio). Deplorando il limite metodologico di quel tipo di psicologia e gerontologia riduzionistiche che studiano solo come s'invecchia o peggio l'anti-aging (provocando come risultato solo salutismo, ipocondria e depressione di chi è tutto concentrato sui mutamenti del corpo fisico), da buon filosofo Hillman si propone di rispondere alla domanda che si pongono le persone agées sul senso della propria longevità (unicum nel regno animale).
I soliti Greci (da Platone ad Aristotele un cui allievo, Teofrasto, scrisse "I Caratteri") avevano intuito che esiste una componente di Destino nelle nostre esistenze: tale limite e destino ci è assegnato dal nostro Carattere. Infatti, Aristotele, aveva colto che dietro ogni organizzazione della Materia c'è una Forma, che in greco si dice enérgheia (donde l'italiano "energia"). Per Aristotele, l'anima è la forma del corpo. Nel caso della persona, c'è un Carattere, che spiega come certi anziani pur deboli di fisico siano animati da straordinarie forze morali, di contro alla "teoria psicopatica", come la definisce Hillman, dei riduzionisti per cui la mente si riduce al cervello, mente = cervello. Che ci sia la Forza del Carattere lo suggeriscono anche o vari casi descritti dall'82enne neurologo ebreo Oliver Sacks nei suoi libri  o dallo psichiatra umanista Premio Pulitzer Robert Butler, autore di studi longitudinali su persone anziane in salute e ce lo ha mostrato il documentario (di cui vi ho mostrato un estratto in esclusiva italiana al mio Cineforum su “Still Alice”) "I Remember Better when I paint" sull'effetto benefico del dipingere sulle persone che convivono con l’Alzheimer.
Invece la Psicologia moderna non ne parla, e lascia che quest’interesse sia àmbito dell'astrologia: così come il reverendo Matthew Fox, nel suo saggio "Compassione", aveva denunziato l'assenza, nei manuali di teologia cosiddetta cristiana, della parola "compassione" collegata alla giustizia sociale (che non sia paternalismo, buonismo, né sentimentalismo né commiserazione), analogamente James Hillman denunzia l'assenza di un'altra parola e concetto-chiave per la nostra salute spirituale: il Carattere.
Dobbiamo recuperare il significato positivo dell'aggettivo "vecchio" (nel senso in cui diciamo "vecchio film" e "vecchio amico") e di "Nonna" nel senso inglese di Grand Mother, Grande Madre una figura materna presente nell'immaginario religioso di varie Civiltà (come mostra la pittrice Sandra Stanton di cui vi ho mostrato le opere al mio Cineforum su “Un giorno questo dolore ti sarà utile”), e smettere di associare la morte alla vecchiaia, ricordandoci che "old" (donde il modo di chiedere l'età in inglese how-old-are-you?) significa in origine "nutrito appieno" suggerendo che chi è anziano è "maturo al punto giusto".
Torniamo ai Greci, i soliti Greci: oltreché inventori del Teatro -arte che permette di far sviluppare l'immaginazione morale come anche il grande Cinema e il romanzo-  sono stati inventori della parola "carattere" che in greco deriva da kharassein, "incidere, tratteggiare", che rimanda all'idea di qualcosa d'inscritto in noi (oggi diciamo “inscritto nel DNA”).  In inglese (character) vuol dire anche "Personaggio". Ebbene, Hillman usa proprio una similitudine tratta dal Teatro: il Carattere è come una compagnia di attori al completo (dai caratteristi alle controfigure alle comparse, agli addestratori di animali) che a fine spettacolo fa l'inchino.
Poi adopera un'altra similitudine: il Carattere è come un Hotel al completo piena di Ospiti. E l'ideale della psicanalisi secondo il suo Maestro Jung è proprio integrare anche i nostri lati-ombra.  Il Carattere non è né un tipo psicologico né un temperamento, né un'astrazione moralizzata per cui si dice di una persona che è "di buon carattere" e se ne fa la noiosa elencazione dei vizi e delle virtù; addirittura, secondo Hillman, quel tipo di astrazione, negando l'unicità di ognuno, è pericolosa ed ha portato ai Lager ed ai Gulag. Il Carattere è lo stile personale di cui la moralità è solo una componente, comprende le eccentricità, le bizzarrie, le caratteristiche, appunto, che rendono unica e riconoscibile quella persona. (Teniamone conto anche quando ci relazioniamo con gli assistenti: le persone non sono culture, e l’incontro avviene fra persone, non fra “caratteri culturali”.)
Per poterlo valorizzare e descrivere adeguatamente, abbiamo bisogno di sviluppare la nostra creatività e imparare ad usare un linguaggio immaginifico.
Ricordando come la sensualità ed il gusto per i sapori sia spesso ancora presente nella vecchiaia (si pensi ai grandi sommelier e chef che raggiungono l'eccellenza da vecchi), ma anche al desiderio erotico che si vive anche in questa età (come nel caso di Frida, la protagonista del film che vediamo oggi), Hillman invita gli anziani a fare tutte quelle attività che permettono di esplorare e valorizzare il proprio carattere: dall'attivismo politico alla creazione degli album e biografie di famiglia, sino alla trasmissione del patrimonio di cultura ai nipoti e ai giovani. Le Nonne, in particolare, sono come i "memi" culturali cioè le informazioni preziose che si propagano per imitazione e rendono possibile la Civiltà.  L’importante è essere attivi, come ammoniva Pascal nei suoi "Pensieri": "Niente è così insopportabile per l'uomo che trovarsi in assoluto riposo".

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Dai palazzi eleganti dei quartieri residenziali con i bei cortili interni (angoli segreti di Milano) ai condominii imbrattati dai vandali-writers, convivono con i nostri genitori o nonni gli assistenti familiari (l'81% donne in Lombardia). In Italia sono quasi due milioni, a Milano 32.000 (e gli anziani non più autosufficienti sono 40.000): un vero fenomeno di costume cui però non si sente parlare dai cosiddetti mezzi d’informazione.
Il 90% di loro sono stranieri, solo il 40% ha un regolare contratto. In media sono 41enni con un titolo di studio medio alto.
E’ anche uscita, gratuita, “La Rivista della Badante”.
Contestualmente all'aumento della longevità (in Lombardia gli over 65 aumentano di 40 mila unità l'anno) ma anche al rifiuto culturale degli uomini italiani di svolgere còmpiti domestici, aumentano anche le figure di accudimento. Come da bambini si viene accuditi delle necessarie cure delle figure materne (che, ribadiamo ancora una volta, possono essere incarnate anche da un uomo, come abbiamo mostrato al nostro Cineforum), così da anziani càpita (se il nostro corpo non ci ubbidisce più) di avere bisogno di venire assistiti da figure altrettanto pazienti ed amorevoli: se non sono i figli (troppo occupati nel lavoro e abitanti distanti), che divengono genitori dei propri genitori, sono i badanti e le badanti. Una situazione, quella della persona anziana, ove il Calore umano è non meno essenziale dell'aiuto pratico (pulire, riordinare, far da mangiare, magari guidati proprio dal vecchio che ricorda fasi e ricette e le insegna al suo collaboratore domestico) e dove spesso queste persone venute da lontano sono l'unico contatto umano vivente per migliaia di uomini e donne. Talvolta, hanno grandi responsabilità: sono loro che debbono fornire agli orari giusti e al giusto milligrammo le medicine come la morfina agli ammalati terminali di cancro che scelgono di morire in casa, o anche fargli fare la pulizia completa della persona.
E, come vedremo, fioriscono nuove amicizie proprio come nel film di stasera.

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Uomini pigri e viziati, Stato assente, Famiglie Mononucleari:
i Fattori che generano il bisogno di Assistenti Familiari

La figura dell’assistente si rende necessaria innanzitutto perché le donne di oggi lavorano e non hanno il tempo per assistere i genitori, magari vedovi. A ciò, si aggiungano altri due fattori: non solo l’assenza di cultura del Welfare State come invece è Tradizione nei Paesi nordici di cultura protestante (in Italia si delega tutto alle singole famiglie, lo Stato è un grande padre assente) ma altresì gli odiosi stereotipi di genere: sulle donne pesa il doppio carico di lavoro a causa della pigrizia maschile (Lorenzo Todesco, sociologo dell'Università di Torino scrive in "Quello che gli uomini non fanno. Il lavoro familiare nelle società contemporanee", Carocci, 2014, che il 58% dei maschi non si degna di cucinare, il 73% non apparecchia né sparecchia, il 98% non lava/stira, il 70% non si reca a far la spesa. Insomma, la stragrande maggioranza dei maschietti italiani non dà manforte nei lavori domestici le partner. Una barbarie culturale, se si confronta con la realtà sociologica le coppie gay che si distribuiscono con equità i còmpiti.
A volte, esiste la cosiddetta “solitudine a due”: una coppia ove ciascuno è muto all’altro. La descrive così lo scrittore Michel Houellebecq nel suo romanzo “La possibilità di un’isola” (Bompiani, Milano 2005):

La solitudine a due è l’inferno consentito. Nella vita di coppia, il più delle volte, esistono sin dall’inizio certi dettagli, certe discordanze, su cui si decide tacitamente di tacere, nell’entusiastica certezza che l’amore finirà col risolvere tutti i problemi. Questi problemi crescono a poco a poco, nel silenzio, prima di esplodere alcuni anni dopo e distruggere ogni possibilità di vita in comune

Talvolta, quando non si è d’accordo con fratelli e sorelle sulla gestione della cura dell’anziano, possiamo ricorrere alla figura dell’amministratore di sostegno per avere un investimento ufficiale riconosciuto e monitorato dal giudice onde evitare controversie legali coi parenti serpenti. Il ricorso (per presentare il quale non serve l’avvocato) può essere proposto:
·         dallo stesso soggetto beneficiario, anche se minore, interdetto o inabilitato;
·         dal coniuge o convivente more uxorio;
·         dai parenti entro il quarto grado;
·         dagli affini entro il secondo grado;
·         dal tutore o curatore;
·         dal PM
Il caregiver, sia noi sia l’assistente, devono avere anche cura di sé (tempo libero e svaghi e sufficiente riposo) per garantire all’assistito buone cure. Dal 2009, contestualmente alla crisi economica e a politiche di tagli dei servizi nonché di aumenti delle rette delle RSA, c’è un calo nella domanda di assistenti familiari in regola. Ed è stata segnalata una correlazione fra lo stress e i maltrattamenti contro gli anziani.

IL GALATEO

LA PAROLA CORRETTA: “ASSISTENTE FAMILIARE

Innanzitutto, sarà più corretto chiamare questi nostri collaboratori e riferirsi a loro con il termine di “assistente” anziché badanti (parola riduttiva e sminuente che nel passato contadino era riferita a chi sorvegliava gli animali) come riconoscimento della loro professionalità.
Assistente deriva dal verbo assistere, che significa stare vicino per recare aiuto, parola che deriva dal latino ad-sistere” che significa “stare accanto”.
Il termine compare nella legge 189 (Bossi-Fini) del 2002 che ha regolarizzato i lavoratori immigrati rilasciando il permesso di soggiorno se uno ha un lavoro; quando perde il lavoro, ha tempo sei mesi (anziché cinque) per trovarne un altro, altrimenti ricade nella condizione di “clandestino”.
I parametri di reddito quest’anno per ottenere il ricongiungimento familiare sono questi:
Ricongiungimento di 1 familiare: € 8.746,14
Ricongiungimento di 2 familiari: € 11.661,52
Ricongiungimento di 3 familiari: € 14.576,9
Ricongiungimento di 4 familiari: € 17.492,28
Ricongiungimento 2 o più figli che hanno meno di 14 anni: € 11.661,52
Ricongiungimento di 1 familiare e 2 o più figli che hanno meno di 14 anni:  € 14.576,9
Ricongiungimento di 2 familiari e 2 o più figli che hanno meno di 14 anni: € 17.492,28


LA BRUTTA TENDENZA ITALIANA:
ESCLUDERE I FIGLI DALLA CURA dei NONNI ANZIANI


In Italia, con genitori iperprotettivi, c’è la tendenza ad escludere i figli dalla cura dei loro Nonni, e ciò è una grave lacuna culturale: le figure dei Nonni, come abbiamo già visto al Cineforum sul film “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, sono molto importanti. Dare un contributo alla cura dell’anziano nonno aiuterà il giovane a diventare un adulto a sua volta responsabile.


REALISMO: LA CASA NON SIA UN FETICCIO
A volte è meglio la CASA DI RIPOSO come nel FILM “QUARTET
 
CASA DI RIPOSO. Maggie Smith (a destra) in una scena del film "Quartet"
del Premio Oscar Dustin Hoffman, ambientato in una casa di riposo per musicisti
La “casa” dolce casa non deve diventare un feticcio: non bisogna dare per scontato che, anche se è sempre stato il desiderio espresso dal nostro caro restare a casa sino alla fine dei suoi giorni, sia la soluzione migliore per il suo benessere: nel film del Premio Oscar Dustin Hoffman “Quartet(dalla pièce del Premio Oscar Ronald Harwood), per esempio, vediamo come stanno bene gli ex musicisti e musiciste nella loro casa di riposo ad hoc fra coetanei ed ex colleghi.
Si tenga conto che in Italia una casa di riposo costa da un minimo di 40 euro al giorno ai 150 per le RSA (Residenze sanitarie assistenziali) iperqualificate per esigenze particolari.

PRUDENZA: PERIODO di PROVA

-         Verificare le referenze e che il candidato abbia un regolare permesso di soggiorno, se extracomunitario. Sarà prudente far fare un periodo di prova, prima di assumere l’assistente. Verifichiamo il linguaggio del corpo dell’anziano quando gli si avvicina l’assistente: mostra fiducia o si scosta? L’assistente è persona paziente? Come diceva il filosofo Leopardi (1798 – 1837),

la pazienza è la più eroica delle virtù,
giusto perché non ha nessun’apparenza di eroico”


- Non dare subito del "Tu", che è spesso segno di razzismo (come càpita di sentire nelle casse dei supermarket alle persone dal volto esotico): la seconda persona singolare si usa per chi è nostro amico, ogni cosa a suo tempo. Si dia del "Lei" esattamente come facciamo con le persone che non sono nostri amici ma solo conoscenti. 

PATTI CHIARI, AMICIZIA LUNGA
COSA RICHIEDIAMO ALL’ASSISTENTE e cosa OFFRIAMO:
TENERE PRONTI I NUMERI di un SOSTITUTO
Meglio chiedere prima al candidato assistente se ami gli animali domestici.

Patti chiari, amicizia lunga: nel colloquio e nel contratto sarà bene specificare tutti i divieti (no al fumo, no alla tv per non disturbare l’anziano etc), le regole (come si fa la raccolta differenziata, quanto detersivo usare, come evitare gli sprechi), i requisiti (patente di guida), i còmpiti (ad es. pulire occhiali, dentiera, essere attenta alla regolarità anche delle funzioni fisiologiche dell’anziano e alla scadenza dei farmaci, invogliare a bere dacché spesso gli anziani perdono lo stimolo della sete) e ciò che lo aspetta: numero di metri quadri della casa, presenza di animali (potrebbe essere allergico), ferie.
Ad esempio, se è di fede ortodossa, vorrà celebrare la Pasqua ortodossa che non cade nello stesso periodo di quella cattolica (sarà il sinodo del 2016 del Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli a valutare la proposta di Papa Paolo VI di unificare le due Pasque rilanciatagli da Papa Francesco); se l’assistente è di fede islamica praticante, possiamo ottenere di farlo lavorare di domenica e durante le feste italiane in cambio del mese del Ramadan e del venerdì libero: il contratto del lavoro domestico prevedere un massimo di 26 giorni di ferie l’anno). Il Ramadan è il periodo dell’anno in cui si commemora la visita dell’Arcangelo Gabriele, comune all’ebraismo e al cristianesimo, al Profeta Maometto. Tenere pronti i numeri di telefono di “supplenti” nel caso di emergenze: ad esempio in caso di aggravamento di malattie dei cari lasciati in patria.

- Siamo puntuali nei pagamenti così come esigiamo puntualità negli orari di lavoro dei nostri collaboratori. 

- Conservare i doni esotici che si ricevono (tovaglie ricamate dalla collaboratrice, souvenirs che magari consideriamo Kitsch) e a nostra volta mandare un pensiero non ci costa nulla: una cartolina, un piccolissimo presente simbolico. 


LO SPAZIO PERSONALE dell’ASSISTENTE affinché si senta A CASA

-         Verifichiamo lo stato dell’assistente: dorme a sufficienza? Sa rilassarsi? Alcuni assistenti han come la sensazione che il loro lavoro abbia una durata ininterrotta, e questo è ingiusto e malsano. Se vediamo un calo dell’efficienza, chiediamo spiegazioni anziché partire subito in quarta coi rimproveri: ad esempio, se l’assistito ha passato la notte in bianco, è comprensibile che l’assistente sia troppo stanco.
-         Chiediamoci: l’assistente si sente a suo agio, si sente come a casa o ha paura di rimproveri se si crea i suoi spazi vitali? Se l’assistente è convivente col nostro caro, garantiamogli/le uno spazio di vita personalizzato: un suo comodino con le sue cose (le foto dei suoi cari), uno spazio in bagno con i suoi oggetti d’igiene personale.


Religione: se l’assistito è incontinente
l’Islam tradizionale non consente alle donne di cambiarlo nudo
Possibile soluzione: fargli il bagno con le mutande
Il caso del film “Poetry”: le avances dell’assistito durante il bagno
Scena dal film iraniano Premio Oscar "Una separazione": l'assistente si fa
scrupoli di cambiare il vecchio perché sarebbe contro l'Islam. 

Nel film iraniano Premio Oscar “Una separazione” vediamo un’assistente in crisi perché si ritrova dinanzi un anziano che si è fatto la pipì addosso: telefona al numero verde di consulenza sui comportamenti immorali per chiedere se sia permesso dall’Islam, e la risposta è negativa.  Se la persona da curare, quindi, è di sesso maschile, e ha fra i bisogni quello di essere cambiata perché incontinente, sarà bene informarsi sul grado di superstizione dell’aspirante assistente. 
Una scena dal film coreano "Poetry": la protagonista subisce l'avance volgare
del vecchio che ha sostituito le medicine con il Viagra. 
Una possibile soluzione è fargli fare il bagno tenendo indosso le mutande e invitandolo a lavarsi da sé i genitali. Se l’assistita è una donna, il problema non si pone.
Talvolta, il problema nasce dalla gelosia delle mogli se l’assistente è donna e tocca le parti intime del marito durante il bagno.
Oppure, un altro caso è quello delle avances indesiderate: nel film coreano “Poetry” la protagonista è un’assistente di un uomo antipatico che un giorno assume Viagra per avere un’erezione durante il bagno che gli viene fatto regolarmente da lei. Quando lei scopre il piano, dapprima lo lascia lì impiantato, poi lo ricatta per un nobile fine.

COSTUMI: LE ASSISTENTI SUDAMERICANE FANNO LA DOCCIA
prima di tornare  a casa

Nel caso delle assistenti di origine sudamericana che non vivono con l’anziano, è bene sapere che è abitudine nell’America Latina farsi la doccia e poi indossare nuovi vestìti puliti prima di ritornare a casa propria.


INCORAGGIARE L’AUTONOMIA dà DIGNITA’: la LEZIONE di ALICE
AL PARCO (e alle FESTE di VICINATO) si possono ritrovare
sia gli assistenti fra loro sia gli anziani fra di loro

Vediamo ora come favorire un accudimento “materno” che, direbbe il grande psicanalista e pediatra Donald Winnicott (1896 - 1971), sia “sufficientemente buono”: una figura materna (com’è il caregiver) “sufficientemente buona” è quella che sa dosare le piccole frustrazioni a cui espone l’accudito (per dargli la giusta autonomia con creatività e fiducia).

-         Sarà bene incoraggiare (e far incoraggiare dall’assistente) il più possibile l’autonomia e l’indipendenza della persona assistita, lasciarle fare delle cose che può fare da sé: dobbiamo riconoscere questo bisogno che dà autostima e dignità. Il che significa non infantilizzare. Ricordate l’appello che fa Alice nella sua conferenza, invitando alla collaborazione attiva? Per esempio, piegare la biancheria ma non riporta e fare insieme la lista della spesa. Mettersi d’accordo con l’assistente sul budget che può spendere al supermarket.  Per la mobilità: installare corrimano in bagno, specchi all’altezza della sedia a rotelle, seggiolini nella doccia o elevatori nella vasca e accanto al letto, maniglioni alle porte.
-         Favorire le attività comuni: cucinare insieme (cosicché l’assistente possa imparare i piatti locali, e viceversa, garantire che possa cucinare per sé dei cibi etnici che gli piacciano), leggere insieme i giornali (utili per apprendere la cultura del Paese e la lingua), guardare programmi insieme (ad esempio, due donne possono scoprire un comune interesse per una telenovela).
-         Favorire le uscite, sia dell’assistente (far loro notare che fare commissioni è utile all’umore e per cambiare aria, praticare la lingua e fare esperienza) sia dell’anziano: si può fare come queste assistenti in foto che portando l’anziano al parco possono sia chiacchierare fra di loro, sia far fare conversazione all’anziano con suoi coetanei.

INVESTIAMO sulla FORMAZIONE del nostro COLLABORATORE

-         Se ce lo possiamo permettere, investiamo nella formazione anche linguistica dei nostri assistenti e facciamogli fare dei corsi che siano riconosciuti (ad esempio in una scuola che rilascia un certificato da mettere nel curriculum): in Italia 1/3 di loro non può frequentare i corsi. Correggiamo gli errori per far elevare di status i nostri collaboratori: non esitiamo a correggere anche i congiuntivi. Anche un magazine come “La rivista della badante” è di aiuto per migliorare l’italiano e al contempo acquisire informazioni da esperti (psicogerontologi, dietologi etc):
-         Evitiamo l’errore di lasciare che l’assistente parli solo coi connazionali nella lingua madre, veda la tv solo nella lingua d’origine e si vergogni (se di una certa età) di “andare a scuola”. L’assistente dev’essere formato anche su patologie particolari: un anziano affetto da demenza non è un “posseduto dal demonio”, com’è capitato di pensare as un assistente straniero che ignorava la malattia.
  
                    KITWOOD: la PERSONA è anche la sua STORIA PERSONALE
LA STORIA della PERSONA: l'appellativo corretto dà Dignità

-         Ricordarsi, come dice il gerontologo britannico Tom Kitwood, di cui vi ho illustrato la filosofia della medicina centrata sulla persona (http://lelejandon.blogspot.it/2015_11_01_archive.html), della storia del nostro caro: ad esempio, se uno è stato tanti anni docente, meglio evitare che l’assistente lo chiami in modo confidenziale e inaudito, bensì “Professore”. Dopo il pensionamento, è positivo per l’autostima mantenere il proprio titolo che definisce il proprio status anche sociale, specie in un periodo nuovo di confusione.

PRANZARE INSIEME per CONOSCERSI 
UN CONCETTO INCLUSIVO DI FAMIGLIA.
Una scena del film "The Help", che ha inaugurato la prima edizione della rassegna
"Il Cinema e i Diritti" alla Casa dei Diritti del Comune di Milano 

-         Se l’anziano è in sedia a rotelle, parlargli in maniera tale da essere all’altezza dei suoi occhi, “a portata di sguardo”.
-     -   Favorire la conoscenza e l’integrazione invitando a pranzare e cenare insieme a tavola, come fa Celia Foote nel film “The Help” con la sua tata Minny (http://lelejandon.blogspot.it/2014/11/the-help-lezione-sulla-compassione_14.html).
Cous - cous al tonno e verdure. 

Se l’assistente osserva l’Islam non si può offrirgli carne di maiale (attenzione al ragù, ad esempio, se è fatto con carne suina): si potrà mangiare il prosciutto o il felino nei giorni in cui l'assistente non si ferma a mangiare, per esempio. 
Ci può anche essere un mutuo scambio: se l'assistente viene dai Paesi ove si cucina il cous-cous, impareremo delle ricette di questo piatto così come noi italiani possiamo insegnare delle ricette delle nostre pastasciutte. 
Secondo una ricerca (IREF, 2007), il 60% degli assistenti dichiara di essere trattata come una di famiglia, percentuale che sale al 75% se coresidente. Per sentirsi parte della famiglia, l’assistente imparerà ad usare quell’idioletto familiare che la scrittrice ebrea italiana Natalia Ginzburg (1916 – 1991) ha chiamato nel suo famoso romanzo del 1963 il “Lessico Familiare”.

IMMAGINARE I DOLORI dell’ASSISTENTE: ESSERE MADRE A DISTANZA
COL GIUSTO COMPENSO FAVORIAMO I RICONGIUNGIMENTI FAMILIARI
IL FENOMENO degli ORFANI BIANCHI e della SINDROME ITALIANA
I RECIPROCI PREGIUDIZII CULTURALI: “NON CURI TUA MADRE” “E TU LASCI IN PATRIA I TUOI FIGLIOLETTI!”

 
"ORFANI BIANCHI". Il fenomeno colpisce anche Moldavia, Filippine e Cina. 


- Interessarsi alle sue storie di famiglia: quanti figli ha? Come si chiamano? Come vanno a scuola? 
Spesso gli assistenti fanno questa scelta sofferta per non far mancare nulla ai loro figli piccoli, che crescono con i nonni nei Paesi d’origine: un fenomeno detto degli “orfani bianchi”, soprattutto in Romania e Moldavia, 500 mila bambini nell’Unione Europea
Il dittatore comunista Ceaușescu (1918 – 1989) proibendo l’interruzione di gravidanza aveva provocato la nascita di un numero abnorme di bambini non voluti e durante il suo orribile regime tantissimi bambini orfani furono contagiati apposta con il virus dell’HIV per essere usati come cavie sperimentali.  
Oggi molte donne fuggono dalla Romania anche per scampare alle violenze domestiche dei mariti alcolisti. 
Una scena dal film israeliano "Il responsabile delle risorse umane", dall'omonimo
romanzo dello scrittore ebreo israeliano Abraham Yehoshua.
Il ragazzo sulla destra è un "orfano bianco" abbandonato a sé stesso. 
Una storia così è narrata nel libro dello scrittore ebreo israeliano Abraham Yehoshua (poi film israeliano) “Il responsabile delle risorse umane”, ove il protagonista (abituato a licenziare facilmente le persone senza ricordarsi nomi e volti) viene incaricato da un panificio di andare di persona in un Paese dell'Est (probabilmente il riferimento è alla Romania) a restituire gli oggetti personali di una lavoratrice di cui non aveva nemmeno notato l’assenza. 


ATTIVISTA. Silvia Dumitrache è di origine romena e si batte per i diritti
dei bambini. Ha denunciato il fenomeno degli "orfani bianchi" (non solo della Romania,
ma anche della Moldavia, delle Filippine e della Cina). E' anche consulente
del Comune di Milano. Il primo atto di giustizia è mettere in regola la propria
assistente familiare favorendo i ricongiungimenti familiari. 
In apparenza, per rimediare ad un danno d’immagine: la donna era rimasta uccisa in un attacco kamikaze e non aveva indosso i documenti ed era rimasta all’obitorio per una settimana. Poiché nessuno dei datori di lavoro ne aveva reclamato il corpo, un reporter d’assalto accusa con degli articoli la piccola azienda di disumanità. In Romania, il responsabile delle risorse umane scopre appunto che il figlio della donna è abbandonato a sé stesso e vive sotto i ponti.
Il numero di suicidi preadolescenti in Moldavia dovuto al senso di abbandono
delle madri è abnorme. 
Due psichiatri ucraini, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych, di una città fortemente segnata dal flusso migratorio (Ivano-Frankivs’k), hanno coniato il termine “sindrome italiana” per definire quella particolare forma di depressione dilagante tra tante donne tornate in patria dall’Italia e incapaci di riallacciare i rapporti affettivi coi figli che nemmeno le riconoscevano più chiamando magari mamma e papà i loro nonni. Sarà allora il giusto compenso e il nostro fare il regolare contratto a fare in modo di favorire i ricongiungimenti familiari.
Pranzare insieme può essere l’occasione per chiarire reciproci pregiudizii culturali e i contesti economici che hanno determinato queste scelte: gl’italiani giudicano male la scelta delle madri straniere di lasciare in patria i figli, e viceversa gli assistenti stranieri pensano male delle figlie italiane che delegano a loro la cura dei loro genitori. I primi non conoscono (non avendo vissuto la guerra) che cosa sia la povertà, i secondi non immaginano quanto sia stato duro conquistare le libertà delle donne.
-         Dobbiamo anche immaginare che, quando l’anziano muore, per l’assistente al dolore del lutto si aggiunge anche la perdita della casa e dunque ha bisogno che gli concediamo del tempo per riorganizzarsi e trovare un nuovo impiego. Se si è comportato con professionalità ed è migliorato, merita non solo che gli regaliamo qualcosa magari appartenuto alla persona defunta (un rito che contribuisce ad un sano distacco che fa parte dell’elaborazione del nostro lutto), ma anche, di nostra iniziativa, una nostra lettera di referenze per il suo curriculum che sia decisiva per fargli trovare un nuovo buon impiego. Eccone una bozza:
-          
-         La Signora/Il Signor _________ ha lavorato presso la nostra abitazione dal _________ al _______ in qualità di assistente familiare.
-         Durante il suddetto periodo si è occupata/o di ________ , svolgendo le sue mansioni con precisione e affidabilità e distinguendosi per onestà e puntualità, pertanto ne assicuro ottime referenze.
-         (Spiegare i motivi della fine della collaborazione, ad esempio la scomparsa della persona assistita) Purtroppo la situazione economica non felice non ci consente, al momento, di mantenere un collaboratore domestico a tempo pieno, alla prospettiva di vedere ridotto l’orario di lavoro la Signora/il Signor _______ ha preferito quella di cercare un nuovo posto, e così la perdiamo con grande dispiacere.
-         Resto a disposizione per ogni ulteriore informazione, a tal fine segnalo il mio recapito telefonico


CHE COSA SONO I MALTRATTAMENTI: VARIE FORME

-         I maltrattamenti non sono solo fisici ma anche psicologici: toni di voce alti, silenzi, uscite dalla stanza, non risposte. E una ricerca (www.informazioni.it/docs/LL.pdf) dice che non sono solo da parte degli assistenti (35% dei casi di violenze, specie contro anziani affetti da più patologie) ma anche dei familiari contro gli assistenti (29%) e degli anziani contro gli assistenti (23%). Esiste una forma c.d. di “abuso passivo” da parte di chi contribuisce all’isolamento dell’anziano: per esempio, non facendogli proposte di uscite insieme.

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IL FILM
"A Lady in Paris"
Anne e Frida, dallo Scontro all'Incontro


Le protagoniste del film che vediamo qui stasera al Cinema Gregorianum "A Lady in Paris" (uscito in Francia nel 2012) sono due donne: un'anziana (che non vuol sapere di essere aiutata) e la sua badante (che fa di tutto per dimostrare la sua utilità).
Jeanne Moreau in una scena del film "Jules et Jim" (1962) di Truffaut

Siamo in Estonia, e Anne è una signora single, divorziata da dodici anni, che vive sola con l'anziana madre che ha l’Alzheimer e che talvolta non la riconosce. Quando le muore la madre (mentre dormiva nella stessa stanza che condivide con lei), riceve una telefonata dall’ufficio di collocamento: c'è un posto di lavoro a Parigi, a casa di un'anziana e ricca signora di origini estoni. Anne è perplessa, anche perché vede già poco i suoi figli, figuriamoci quando sarà all'estero. Ma quando lo dice alla figlia al telefono e questa esclama: "Parigi? Che figata! Hai dubbi?",  si decide a partire.
La viene a prendere all’aeroporto questo tale Stéphane (che, pensa Anne, sarà il figlio) che  le chiede le sue qualifiche: Anne è qualificata, parlando fluentemente la lingua: la sua nonna paterna era francese, e lei ha studiato letteratura francese all'Università. "Ma poi mi sono sposata...", dice ellitticamente. Si è licenziata da due anni dalla casa di riposo per cui lavorava per assistere l'anziana madre malata sinché, appunto, questa è morta.

Giunta nel lussuoso appartamento di Frida, Anne scopre che la donna ha tentato il suicidio con le pillole, per cui l'armadietto dei medicinali è sotto chiave. "Fai le valige e torna da dove sei venuta" sono le prime parole della vecchia. "Non riconosce di aver bisogno d'aiuto perché ha la testa dura come cemento armato", le spiega Stéphane, rivelandole di essere l’unico amico nonché l’ex compagno storico (dopo il marito) di Frida. L'uomo rassicura ed invita Anne a tener duro e restare. Stéphane gestisce il vicino bar-brasserie, un tempo di proprietà del marito di Frida: quando lei rimase vedova del marito morto d'infarto ("l'avevo sempre creduto immortale", le confesserà Frida), s'innamorò di lui, sexy cameriere galante e sorridente, e furono compagni per dieci anni. Poi lui la lasciò, e lei gl'intestò il locale. "Stéphane è l'unico che viene a trovarmi regolarmente", le rivela Frida, che non vede motivi di vivere: "La vita è una rottura di coglioni", sbuffa.
Questa è la situazione descritta dal filosofo Pascal (1623 - 1662):  

"Niente è così insopportabile per l'uomo come trovarsi in assoluto riposo, senza passioni, senz'affari, senza divertimenti, senza problemi. Egli sente il proprio niente, il proprio abbandono, la propria insufficienza, la propria dipendenza, la propria impotenza, il proprio vuoto. E immediatamente verrà su dal fondo della sua anima la noia, la tetraggine, la tristezza, l'affanno, il dispetto, la disperazione" ("Pensieri", pensiero numero 131, traduzione di V. E. Alfieri, Rizzoli, Milano 1952, titolo originale francese "Pensées")


Anne: "Io posso essere le sue braccia e le sue gambe"
Frida: "Con quei due manici di scopa? Ma ti sei vista?".

La metafora che usa Anne si chiama in psicologia “funzione protesica” cioè il sostituire il comportamento dell’anziano col nostro che funge da protesi: tale atteggiamento è consigliabile solo per quelle cose che l’assistito non riesce oggettivamente più a svolgere da solo.
Stéphane va a casa di Frida e tenta di farla ragionare: "Se va via lei, ne assumerò un'altra", e così via all’infinito. (Ed è sottinteso che non è così facile trovarne una che sia anch’essa estone ed abbia quindi almeno qualcosa in comune con Frida). Frida accetta. Ma Anne non si sente accettata, e Stéphane riesce a convincere anche lei: "Frida ha solo noi due. Mi aiuterà?". E lei: "Va bene, rimango".
Anne prepara a Frida da mangiare, e se la prima volta fa una gaffe (compra la brioche da supermarket), poi le va a comprare ogni mattina il croissant parigino in panetteria, le fa la manicure, l'accompagna fuori. Frida le fa notare che veste male ("sembri una profuga!") e le insegna a vestirsi bene:

"Ora hai sembianze umane. Sta molto meglio a te che a me, quindi è tuo!”

Una mattina, Frida, che evidentemente ha riacquistato energie morali grazie alla compagnia e aiuto di Anne, ha l'idea di andare a trovare Stéphane al bar. Ma quando lui le dice che non può mollare tutta l'attività per stare a conversare con lei, Frida ci rimane malissimo, e ricade in depressione, si chiude in camera e non mangia. Anne torna da Stéphane: "Frida ha bisogno di Lei".  

Dopo aver curiosato fra i vecchi ricordi di Frida, mentre lei dorme, Anne prende l'iniziativa di andare in segreto alla chiesa evangelica ove un tempo si riunivano gl'immigrati estoni, ove trova una signora che le dice che ormai "Molti sono morti, e i giovani se ne fregano". Frida cantava nel Coro ma aveva uno stile di vita "libertino", così dice la donna. Pensando che a Frida farà comunque piacere una vista degli "amici del Coro", dice a Frida una “bugia terapeutica”: "E' arrivata una telefonata dagli amici del Coro, gli farebbe piacere rivederla". Frida è sorpresa e contenta e li fa invitare a casa. Ma dopo che questi sono entrati, rivelano subito di essere stati chiamati da Anne. Frida la guarda: "Quindi sei stata tu!". Frida è costernata. E la padrona di casa chiede ai suoi ospiti: "Se Anne non vi avesse invitato, voi vi sareste mai fatti vivi, eh?". Nessuna risposta. A loro volta delusi, le rinfacciano una vecchia storia: "Hai rovinato un matrimonio. Credevamo tu volessi rimediare". Lei si sente offesa ad essere accusata di nuovo in casa propria, e loro se ne vanno: "Madame non si scusa mai di niente, come abbiamo fatto ad illuderci che potesse cambiare!".
Una volta chiusa la porta, Frida rimprovera Anne dell'iniziativa, e lei: "Lo so che hai sofferto, ma questo non ti dà diritto di essere così stronza". E di propria iniziativa, senza dirle nulla, fa le valige e va. Ma in metrò ha un ripensamento (non le pareva corretto andarsene senz’avvisare Stéphane, così gli dirà) e torna indietro. Intanto, Frida è molto triste nello scoprire che la stanza di Anne è vuota e che lei le ha lasciato anche il cappotto che lei le aveva regalato come gesto di amicizia ed affetto e riconoscenza per la sua disponibilità all’ascolto. Quando arriva Stéphane per stare a dormire accanto a lei, Frida gli dice, a sorpresa, dimostrando di aver così di non essere gelosa:

"Dovevi andare a letto con lei. Sei un idiota. Perché l'hai lasciata partire?"

Il mattino dopo, Anne torna indietro in cerca di Stéphane e lui l’accoglie così: "Sono felice che sia tornata, Anne". Ma Anne: "No, ho solo pensato che non vi ho detto addio...". Ma ecco che Frida mette tutti a tacere aprendo la porta con un sorriso come se nulla fosse:

"Anne, tesoro, questa è casa tua",

e chiarito ciò, col suo solito fare brusco, sparisce nei suoi appartamenti in tranquillità. Frida, che ormai ha capito il caratterino di Madame e il suo modo caratteriale di riconciliarsi, sorride, contenta di essere finalmente stata accettata in quella casa.

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L’ESTONIA
Il Popolo Fiero che ama Cantare: dalla Rivoluzione Cantata ai “Karaoke Baar
 
CASETTE DA FIABA. Una delle case che si vedono in Estonia.
 (Foto di Lele Jandon).
La protagonista del film di stasera, Anne, è estone e lascia l'Estonia
 per andare a fare da assistente ad un'anziana a Parigi 
Ho visitato l’Estonia d’estate, che è una stagione fresca come da noi in montagna. C’è molto cielo e molto verde. Tallinn, la capitale, Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1997, in certe viuzze mi ricorda Bratislava, la piccola capitale della Slovacchia. Piccina e romantica, ha soli trecento mila abitanti ed è sita nella parte nord del Paese, che s’affaccia  sul Golfo di Finlandia, a 80 kilometri da Helsinki. La maggior parte degli abitanti sono immigrati e metà degli estoni sono under 40enni: infatti, in giro per le strade vedi tantissimi giovani. 
Tallinn innevata. La neve è ciò che manca di più a Marta, l'assistente russa
che ho intervistato (vedi intervista sotto). 

Come era solito fare Montesquieu (il filosofo liberale francese del Settecento che era anche un gran viaggiatore), sono salito anche qui sul posto più alto: per avere una veduta d’insieme. In questo caso, è il Castello, ove trovi ragazzi vestìti in costumi tradizionali medievali e una colorata chiesa ortodossa: da qui, puoi vedere lo skyline particolare delle guglie delle case e delle chiese e scorgi persino le navi da crociera attraccate al porto.
Nel tempo libero, gli estoni amano fare la sauna, cantare e navigare su Internet (hanno la connessione più liberale del mondo)Le tradizionali saune di fumo senza camino sono fatte a forma di capanne, di casette: sono Patrimonio Mondiale Unesco. Composte in origine di un solo vano con stufa centrale, nell’Ottocento vi fu aggiunto il vestibolo ma spesso erano prive di camino per mantenere all’interno il calore. A Tallinn ne trovate anche in edifici grandi, suddivise in maschili e femminili: se vedete le persone autoflagellarsi con dei grandi rami di foglie, non prendete paura: è sia un automassaggio che raschia via le impurità dalla pelle, sia un modo per rinfrescare il corpo durante la sauna!
A proposito di casette, all’aeroporto di Tallinn, i posti a sedere sono a forma di casetta con tettuccio per poter avere più privacy nello schiacciare un pisolino in attesa dell’imbarco.
I “karaoke baar” sono estremamente popolari e qui nessuno fa il timido e canta un pezzo, prima o poi, durante la serata. Si va al bancone del barman, si sceglie dal libro una canzone (in estone o in inglese) e si lascia scritto il proprio nome. Poi, il barista ti chiama al tuo turno e tu vai in mezzo al locale e segui le parole sullo schermo. 
 Ad Expo Milano 2015, ove ho anche presentato, allo Speciale “Parole che Nutrono”, il mio format “Il Cinema e i Diritti”, c’era anche il Padiglione dell’Estonia.  
Anche qui si ricorda la Storia che ha fatto il popolo estone: la Rivoluzione Cantata fu un’iniziativa di protesta creativa, popolare e nonviolenta in cui si formò un cordone umano lungo kilometri e che univa l'Estonia alle altre due Repubbliche Baltiche (Lettonia e Lituania) per esprimere la sete di libertà come indipendenza nazionale dagli occupanti sovietici.
Essendo il tema dell'Esposizione Universale il cibo, scopriamo che dalla segale si ottiene non solo il buon pane cotto sul forno a legna, bensì anche drink: birra, whiskey, vodka. E ancora: fiocchi di segale e mangimi per gli animali. E con gli steli costruiscono tetti in paglia, stuoie, alveari e cappelli e moderne abitazioni ecologiche.
Un Concetto Inclusivo di Famiglia

Celia e Johnny accolgono a tavola la loro tata Minny nel film "The Help"

Il concetto allargato ed inclusivo di famiglia si vede anche nel film "The Help" (con il Premio Oscar Octavia Spencer) di cui ho mostrato un sapiente montaggio al mio speciale Cineforum all’Expo Milano 2015. Tratto dall'omonimo bestseller mondiale, è ambientato nel Mississippi degli anni Cinquanta ove regnava il regime di segregazionismo. Benché le domestiche e tate di colore fossero, di fatto, parte integrante della famiglia, anche perché crescevano i figli dei bianchi, non erano ammesse a tavola con i padroni, e dovevano usare posate e bicchieri diversi nonché bagni separati, perché vi era come un disgusto irrazionale all'idea di un troppo stretto contatto con persone nere.


Lo Sportello "CuraMi" a Milano:
Le Assistenti sono più Peruviane,
Romene ed Ucraine, tutte Referenziate
Il Dossier tiene conto anche del Carattere

L'assessore al Welfare e alle Politiche Sociali e Candidato Sindaco di Milano Pierfrancesco Majorino (su proposta del quale, ricordiamo, è stata istituita la Casa dei Diritti) ha creato un Albo delle Badanti in collaborazione col Pio Albergo Trivulzio. Sono andato in via Trivulzio 15 (Gambara, linea rossa) a chiedere come funziona il servizio "CuraMi". Mi riceve Carla Piersanti che mi illustra i dati: le iscritte all'Albo Comunale delle Badanti (in maggioranza over 40enni) sono 2100 e nel 2014 sono stati firmati 550 contratti.  Il 50% proviene dal Sud America (Perù 53%, che vanta molti più badanti uomini della media; Ecuador 29%); il 14% dagli stati dell'Est non nell'UE (Ucraina 61%, Moldavia 28%, Russia 9%); l'11 per cento viene dall'Asia, il 10% dall'Italia (in aumento per via della disoccupazione); il 9% dall'Europa (57% dalla Romania, 27% dalla Bulgaria, 6% dalla Polonia e un altro 6% dall'Albania) e il 6% dall'Africa (molto variegati i Paesi: in primis Marocco, con il 17%, e l'Egitto, con il 12%).  Il 32% dei candidati sono diplomati/e, il 12% laureati/e. La maggior parte delle richieste delle famiglie sono dovute a demenza ed Alzheimer (34%, cfr. il mio articolo http://lelejandon.blogspot.it/2015/11/alzheimer-conviverci-al-meglio-comunita.html), problemi di cuore/ictus e cecità (28%), il 9% per tumori. Vediamo come funziona.  Sono necessarie per l'iscrizione referenze scritte da parte delle famiglie per cui si è lavorato in passato coi relativi numeri di telefono: le famiglie interessate possono telefonare e verificarne la raccomandazione. C'è poi un primo colloquio conoscitivo (ne fanno 170 al mese) sia del candidato sia della famiglia (che vuole informazioni sui tipi di contratti, un/a badante costa almeno 1.340 euro al mese), durante il quale sono compilate tutte le informazioni per il profilo. Grazie ai calcoli automatici del computer, le persone che lavorano qui trovano le corrispondenze fra i profili delle persone anziane e quelli dei candidati badanti. Il dossier contiene anche un profilo del carattere dell'anziano (introverso, timido, loquace, etc.), segnala la presenza di animali (per cui si può essere allergici), la descrizione della casa ed il numero di metri quadri della stanza degli ospiti disponibile per l'assistente familiare. Ma attenzione: non c'è la foto dell'anziano.  Una volta fatti i calcoli, si convocano sia le famiglie sia i candidati, e vengono presentati 3 possibili persone: entra uno/a alla volta e poi, come spesso accade, la famiglia può scegliere quella che ritiene la persona giusta che faccia al caso suo.  Il servizio viene chiamato popolarmente "Sportello Badanti" ma il nome esatto è "CuraMi" (giuoco di parole con la vecchia targa di Milano).
Non sono registrati solo i candidati assistenti delle famiglie, bensì anche educatori per persone con disabilità, ad esempio ragazzini con dislessia, discalculia e disgrafia. L'iniziativa include anche corsi di formazione professionale, sia di base sia specialistica (specie nei casi oncologici e di Alzheimer, che richiedono anche saper parlare con i medici).  L'ufficio (tel. 02 40 29 76 43) è aperto dal lunedì dalle 8.30 alle 13, e dal martedì al venerdì dalle 8.30 alle 17.30, la mail è info@curami.net.

La Proposta Creativa che Ciascuno di Noi
può lanciare nel Proprio Condominio o Quartiere: la Festa dei Vicini
per creare Amicizia e Conoscenza


Quello di Frida è un caso comune: un anziano solo, senza famiglia, e rinchiuso in casa.
Come ho scritto nel mio articolo “Ri-creare un Senso di Comunità e una Religione Civile” (http://lelejandon.blogspot.it/2014/10/ri-creare-un-senso-di-comunita-e-una.html), a questo bisogno dobbiamo rispondere con la nostra creatività di liberi cittadini nel contesto della società civile facendo Comunità: la parola “Comunità” deriva dal latino cummunio che significa “costruire insieme”.
Il filosofo svizzero Alain de Botton ha formulato una serie di proposte per creare un senso di comunità, che spesso manca nelle metropoli europee, notando che “parte della nostra alienazione sociale è attribuibile alle numerose sfaccettature della nostra personalità che non provano alcun interesse per i valori comunitari” (pag. 49).
La Festa dei Vicini può essere organizzata anche nel cortile. 
Scrive Daniel Goleman che sono passati i tempi in cui c’erano “rapporti di buon vicinato: nella società moderna, una delle perdite più sentite è quella del senso di comunità” (“Intelligenza emotiva”, pag. 19) e ciò provoca “alienazione sociale” (ibidem). Tantoché, aggiungiamo noi per riportare all’attualità italiana, a Torino l’Atc (ente pubblico che gestisce le case popolari), in collaborazione col Nucleo Prossimità della Polizia Municipale, ha introdotto corsi di formazione di buon vicinato che insegnano non solo ad evitare i comportamenti scorretti più diffusi (camminare senza pantofole, musica alta, pattume cestinato in maniera errata), ma anche ad organizzare la “Festa dei vicini” (http://www.comune.torino.it/festadeivicini/) che è stata  organizzata anche in alcuni quartieri di Milano. Presso i nostri cugini francesi esiste dal 1999 la Fête des Voisins (detta anche Immeubles en fête) sino a diventare la Giornata Europea dei Vicini di Casa (http://www.european-neighbours-day.com/) che è stata imitata anche in Giappone, Canada e Messico.
USCIRE INSIEME. Un'idea è ritrovarsi fra assistenti e fra assistite al Parco. 

In Italia, troppo spesso all’interno persino dello stesso condominio non ci sono autentici rapporti personali (ci si saluta in ascensore, sulle scale, ci si vede alle assemblee di condominio) e addirittura i dati ci parlano di due milioni di cause civili per liti di condominio (in primis, il rumore e gli odori molesti). Io credo che questa festa sia utile anche per favorire le amicizie e conoscenze non solo fra anziani bensì anche fra gli assistenti familiari.
Ciascuno di noi, in maniera creativa, di sua iniziativa, può organizzarne una nel proprio condominio o via o quartiere: per rompere il ghiaccio. Se non altro perché a tutti, prima o poi, un piccolo favore torna utile (come la caldaia che si rompe quando fuori gela) e una visita fa piacere, e sapere che si può fare affidamento reciproco fra vicini aumenta la qualità della vita quotidiana. Basta un invito a mangiare un pasto insieme: il nostro vicino ricambierà, prima o poi, senz’altro l’invito. Oppure, su Facebook, puoi creare una Pagina per gli abitanti del quartiere: tornerà utile per segnalare le feste dei vicini.
E per organizzare è semplicissimo: basta un annuncio, magari con l’ausilio di una bella locandina colorata realizzata al computer, da appendere sulla bacheca.
In copisteria, si stampano per cifre irrisorie volantini in carta semplice del colore che si preferisce: anziché metterli nelle cassette della posta, li si possono consegnare di persona facendo così una bella sorpresa.
Si specifichi che ogni condomino è benvenuto con un piatto della sua tradizione culinaria (anche meticciata: si pensi a quelle signore marocchine che fanno il cous-cous con un sustrato di tortellini). Il fatto di aver preparato da sé il piatto che si porta sarà così anche oggetto delle prime battute della conversazione.
Dice un proverbio cinese:

“Avere dei buoni vicini di casa è come avere una casa più grande”

E il genio di Benjamin Franklin:

Sii sempre in guerra con i tuoi vizi, in pace con i tuoi vicini, e lascia che ogni nuovo anno ti trovi un uomo migliore”

Rodel, filippino che lavora da tanti anni qui a Milano, mi racconta che anche nel suo Paese d’origine, la festa dei vicini è ormai una tradizione, e si fa spesso nei cortili interni dei condominii e con tanto di karaoke.


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L'INTERVISTA
Le Tante Famiglie di Marta,
dalla Russia per amore della figlia

Marta Ospite de "Il Cinema e i Diritti" racconta la sua storia 

Negli occhi di Marta, dinamica 58enne di origine russa di mestiere colf ed assistente familiare, c'è sia la generosità di chi è venuta sin qui per finanziare gli studi della figlia, sia un velo di nostalgia di chi ha tante famiglie lontane: e non solo in Russia. Anche in Ucraina e a Napoli. L'italiano l'imparò grazie al primo vegliardo che accudì: un 90enne partenopeo. E' da 17 anni in Italia, e non si sente russa né italiana.
Sente spesso le sue famiglie via Skype: "Non posso vivere senza questo strumento. Per me è come Facebook pei giovani d'oggi. A me piace guardarsi in faccia, vedere i bambini come crescono, e la bellezza dei giovani che matura con l'età".
Marta si è occupata all'inizio di un anziano, poi (in parallelo, una al mattino ed una al pomeriggio) di due famiglie una con bambini ed una con giovanotti, e da poco ha ripreso ad occuparsi di persone agé. Non a caso la Russia è un paese ove i vecchi son tenuti in grande considerazione come scrive lo psicanalista James Hillman nel suo libro "La forza del carattere" (Adelphi, Milano 2000, pag. 51) che analizzeremo nella seconda parte del Cineforum.

Orfana a 13/14 anni, fu cresciuta dalla Zia:
"Come una Mamma"

Marta viene da Krasnodar, città di 750 mila abitanti fondata dai Cosacchi a fine Settecento in Russia vicino al Mar Nero.
La madre, polacca, che le ha trasmesso la fede cattolica nonostante il regime ateo del comunismo, le morì a 48 anni quando lei ne aveva tredici; suo padre, russo, le morì quando lei aveva quattordici anni (e suo fratello 8). Tutt'e due di tumore. Lei fu cresciuta da una zia, Valentina, sorella di mamma, all'epoca 42enne con due figli, una di 12 ed uno di 9, che è "come una seconda Mamma", e che oggi ha 87 anni.
Il padre lavorava nell'industria aerospaziale e così, dopo gli studi, Marta ottenne un posto come impiegata amministrativa in quel settore sino ai tagli del governo Gorbacev.
Conobbe suo marito tramite amici: un classico. Infatti, una professoressa americana di statistica ha dimostrato che la maggioranza delle persone trova il compagno e la compagna della vita così, dal momento che gli amici sono quelli con cui condividi gl’interessi, è altamente più probabile che una persona affine a te sia nella cerchia delle tue amicizie.

La figlia rimasta in Russia
ha studiato grazie al lavoro della madre in Italia
Ora manda aiuti finanziari al Nipote

A vent'anni Marta ha avuto la figlia Setlana (che è il corrispettivo russo di Luciana) che (anche lei come sua madre) ha cresciuto (segretamente) nella fede cristiana cattolica durante il comunismo, quando le fedi erano illegali, a scuola non s'insegnavano nemmeno i princìpi delle religioni del mondo e non si poteva pronunziare nemmeno la parola Dio. L'ha potuta battezzare quando era già 17enne, nel 1993. Come ha fatto? Manteneva viva la tradizione religiosa con le preghiere a tavola, alle feste comandate: segreto di famiglia.
Nel 1986 le muore anche il marito: di tumore come i genitori. All'età di 48 anni come sua madre, fatalità. Marta spese tutti i risparmi per pagare le costose cure, sia ottenendo anche prestiti dagli amici sia vendendo la casa.
Licenziata per i tagli, ha dapprima lavorato come commessa in un negozio di vestìti, poi ha avuto l'idea di trovare lavoro in un Paese la cui moneta valesse di più per poter mandare soldi a casa, ma ha come lasciato al destino la scelta: quando all'agenzia russa per il lavoro le chiesero: "Signora, dove vuole andare a lavorare?", lei rispose: "Per me è uguale". I Paesi del mondo, allora, li aveva veduti solo alla Tv: proprio come Anne, la co-protagonista del film "A Lady in Paris". E così il caso volle che all'agenzia le assegnarono come destinazione Napoli.
Setlana, che oggi ha 39 anni, ha fatto carriera anche grazie all'investimento che la madre ha fatto su di lei: dopo la laurea in Medicina e pediatria, vista la misera paga dei medici in Russia (corrispondente a 40 euro al mese), la mamma le ha finanziato gli studi della seconda laurea: farmacia. Dimodoché potesse vivere bene. Per farlo, ha dovuto venire in Italia. Nessuno meglio della madre sapeva che quella ragazza era promettente, in gamba, e che ce l'avrebbe fatta col necessario sostegno economico. E così è stato.
Oggi Setlana, che ha anche una figlia di 9 anni, è andata a vivere con il marito in Ucraina, ove lavora come manager in una ditta farmaceutica. (Anche il fratello di Marta si è trasferito in Ucraina, ha un negozio e due figli).
Setlana è maritata con un bel russo (Nikolaiev, pilota come lo era il padre di Setlana) che si sente ucraino, complice la divisa indosso ed il senso di appartenenza al corpo militare.
Il figlio di Setlana, Evgeny (Eugenio), il nipote di Marta, sogna di volare anche lui come il padre e il nonno mai conosciuto, e studia all'accademia militare per diventare pilota di elicotteri. Ora Marta contribuisce a finanziare anche gli studi del nipote, così come aveva reso agevoli gli studi della figlia.
A proposito di voli, Marta ama volare e fa tanti viaggi in aereo col compagno. I voli, nota, hanno aperto la mente dei russi, prima chiusi nel loro continente, e promuovono quello sguardo empatico che cerchiamo di sviluppare con l'iniziativa del Cineforum sui diritti umani. Chiusa invece verso la dimensione politica è lei: di politica preferisce non sentire, come la defunta madre. Non le piace per niente Putin e non riesce a capire come mai abbia invaso l'Ucraina: "Son così simpatici, gli Ucraini, io ho tanti amici ucraini, perché invaderli? E' come se invadessimo l'Italia!", dice, facendo l'esempio di un Paese che le è stato subito simpatico. "L'anima russa? L'America che vuole dominare il mondo? Putin è paranoico". La stampa russa è troppo influenzata, secondo lei, ragion per cui non si fida e legge solo il CorriereIl timore è che l'Ucraina entri in guerra e suo nipote e suo genero siano chiamati alle armi. E' lei che va a trovare la figlia in Ucraina, d'estate: le piacciono la capitale Kiev e le montagne cappate. "Ma non resisto più di due mesi. Poi sento nostalgia dell'Italia".


36 ore sveglia in Pullman
a  guardare Paesi mai Visti
Lo Shock del Primo Caffé Italiano

Ripercorriamo il suo viaggio. Marta giunse in Italia all'età di 45 anni dopo un viaggio di trentasei ore seduta su un pullman a due piani, come quelli di Londra: “Dal momento che non ero mai uscita dalla Russia, ho approfittato di questa occasione straordinaria per godermi tutti panorami: mi sono seduta al piano di sopra immaginando come sarebbe stata la mia vita in questo o quel Paese. Passando attraverso l'Ungheria, son rimasta incantata da Budapest, e mi sono ripromessa di andarci, un bel giorno. Non ci sono ancora mai andata, ma essendo così viaggiatrice, so che ci andrò prima o poi.”
Il primo sapore italiano l'ha sentito nel primo autogrill ove ha fatto sosta: il primo caffé fu uno shock, lei che in Russia aveva sempre bevuto una specie di Nescafé solubile che scioglieva dentro un bicchiere non sapeva cosa fosse un vero caffé.
Partì senza prenotare un alloggio, senza sapere dove sarebbe andata: all'avventura. Son cose che le madri fanno quando amano i figli e sanno che i loro sacrifici saranno ricompensati delle loro gioie future. E' scesa il primo dicembre 1998 alla Stazione di Piazzale Garibaldi del capoluogo campano, e ha cercato cogli occhi le sue connazionali: riconoscendole dai tratti somatici e dalla parlata. Ha subito trovato un'ucraina che le ha dato alloggio in nero: dodici signore in una stanza. "Polacche, russe ed ucraine: c'è solidarietà fra noi donne di questi tre Paesi".

Il primo mese ha mangiato alla Caritas
Il Primo Lavoro: il 90enne che le insegnò l'Italiano
“Il mezzo migliore è il passaparola”

Fu in quel primo mese senza lavoro che ha scoperto ed apprezzato una qualità che ama dell'Italia: "Il volontariato. Se io ho potuto mangiare quei primi trenta giorni, è stato grazie alla Caritas". (In Italia abbiamo davvero molti volontari per gli affamati e mi piacerebbe che ci fosse altrettanto volontariato giovanile per il movimento per i diritti civili).
Ha preferito evitare gli annunci in cui fornisci il tuo numero, sui giornali o appesi al lavasecco: "Si sentivano certe brutte storie, meglio di no". Tramite un giro di conoscenze, trova di nuovo un'ucraina che le fa: "Senti, io ti presento e ti raccomando ad un signore perbene, tu in cambio mi dai una bella mancia, ci stai?". Funziona così. Marta così fu condotta da questo vecchio signore la cui casa vedeva sul Golfo di Napoli, il Vulcano Vesuvio e la Sorrento del film "All you need is Love" della regista danese Premio Oscar Susanne Bier. Ogni mattina, s’alzava e per prima cosa guardava il mare, e si riteneva fortunata di essere finita lì in quella bella casa da quel signore gentile. Era un distinto signore napoletano 91enne che quando non tentava d'imparare l'inglese (bizzarria degli anziani che non smettono di esplorare), le insegnava pazientemente la nostra bella lingua musicale indicandole gli oggetti: "tazzina" eccetera. Marta era sia motivata sia recettiva. Il vecchio fece una cosa che consiglio vivamente a tutti, se possono permetterselo: favorì la sua formazione, iscrivendola ad una scuola privata d'italiano, ed in un anno Marta apprese molto: quanto basta per fare la spesa e proseguire da sé la conoscenza della lingua. Oggi l'italiano lo sa abbastanza bene da apprezzare le parole dei testi delle canzoni di Celentano, Morandi e dei Ricchi e Poveri.
Studiò anche per ottenere la patente: quella russa non è considerata equipollente in Italia. Un pomeriggio il vecchio disse che avrebbe fatto il suo consueto sonnellino, e s'è addormentato per sempre.  Il caso ha voluto che Marta s'innamorasse di un altro signore gentile, il figlio di questo suo primo prof d'italiano, all'epoca 51 enne, ed oggi sono ancora insieme innamorati e convivono a Milano. Il padre aveva dato la sua benedizione dicendo al figlio:

"Vedrai che questa brava donna è giusta per te. Te lo dico io che ci convivo ogni giorno"

 Condividono i viaggi, la passione per girare in bici, e l'affezione a Milano. Lui le ha fatto visitare tutto il Paese, le manca solo la Sardegna da vedere.

Le due Famiglie a Napoli:
"Le mie Sorelle e i miei Nipoti, i Natali con loro"

Dopo la morte di questa primissima persona da lei assistita, in pratica il "suocero", Marta trovò un nuovo lavoro: dieci anni contemporaneamente presso due famiglie benestanti che vivono anch’esse nella zona alta, panoramica. Da queste due famiglie Marta ha conosciuto l'arte del vivere ed il carattere estroverso dell'Italia.
Al mattino, dalle otto alla una, faceva la babysitter presso una famiglia; al pomeriggio, dalle tre e mezza alle sette e mezza, era la colf di un'altra famiglia borghese.

La Famiglia/1: la Mattina
"Una signora mi ha insegnato la Cucina Italiana"

La prima famiglia (marito e moglie architetti, lei caprese, lui berlinese) era numerosa, e Marta è stata la balia che ha accudito e visto crescere il bambino sin da quando lui aveva tre giorni di vita. (Oggi il bambino ha dodici anni e si vede con lei su Skype. La considera come la sua giovane Nonna, e lei lo considera il suo nipotino.) Avendo preso la patente italiana, Marta fra le altre cose poteva anche portare i bambini in giro con l'automobile. La curiosità e la conoscenza è stata reciproca: come lei ha imparato la cultura italiana, così loro si facevano raccontare le fiabe russe tradizionali e qualche battuta in russo: attraverso i canti e le filastrocche.  La padrona di casa ("che è come mia sorella") le ha insegnato a cucinare, o meglio: dal momento che la signora non aveva bisogno d'aiuto, Marta la osservava, e apprendeva come una spugna l'arte della Cucina italiana. In primis, le lasagne napoletane. Poi, la sera, Marta sperimentava le ricette viste a casa con il compagno.
Quando, durante l’intervista, le parlo della Festa dei Vicini in Francia, lei mi dice: "Ah, sì? Ma l'avevo già inventata io a Napoli: ero io che proponevo le festicciole pei bambini nei pomeriggi d'estate. Le chiamavo "le feste delle babysitter".  La prima l'ho proposta io: facevo i paninetti di nutella, le crostate, i pasticcini. Quando venivano "da me", cioè a casa dei figli della mia famiglia ospite, offrivo io. Quando accompagnavo i bambini, offrivano le mamme del bambino di turno. Anche in Russia, d'estate, organizzavo i picnic del sabato!"

La Famiglia/2: il Pomeriggio
"Il ragazzo gay che mi considera una Sorella
Con lui la mia Festa di Ballo più divertente"

L'altra famiglia era composta da una giudice ("che considero come una sorella", anche lei) ed un ingegnere ed i loro due figli, un ragazzo (uno statistico) ed una ragazza (un'avvocata) già grandi che come i protagonisti del telefilm "Brothers and Sisters" vivono felicemente a casa dei genitori. Si alternavano perfettamente in cucina, perciò non avevano affatto bisogno di una tata che cucinasse. Anzi: le mettevano da parte sempre una fetta di torta. Ed era sempre invitata ai compleanni.
Il ragazzo, che lei conosce da quando lui aveva 29 anni, è coetaneo della figlia Setlana, cioè 39enne oggi: "Non solo è bello come il sole, ma anche solare, vitale e gentile. Quando sua sorella m'ha chiesto se era un problema per me che fosse gay, le ho detto: "Se essere gay è essere gentili, allora per me è OK. Non lo vedo come gay, lo vedo come persona. E lui è la persona più gentile che conosco."
Prosegue Marta: "Lui mi considera e mi tratta come una sorella. Mi ricorderò sempre che fu grazie a lui che mi divertii alla mia più bella festa casalinga: fu quando per Carnevale trasformò per una sera il soggiorno in una disco dance, con tanto di luci e disc jockey! Mi sono trattenuta per due ore, sinché ero stanca di ballare. Eppoi ho pensato che era il momento di lasciare da soli quei giovani fra di loro. Ma lui insistette per accompagnarmi sino a casa con l'auto, protettivo come un fratello: "Tu in giro per Napoli di notte non ci vai, a casa ti ci porto io, sorella!".
I Natali Marta li festeggiava a pranzo con l'una e la cena con l'altra famiglia.


Le due donne malate assistite da Marta:
i mariti spesso via per lavoro
La 70enne cieca che vuol imparare a fare da sé


Poi, un anno e due mesi fa, il compagno per motivi di lavoro la convince ad andare a vivere con sé a Milano. Per amore l’ha seguìto, sia pur con gran dispiacere. “Menomale che è stato inventato Skype”, esclama. E’ così, infatti, che Marta mantiene i contatti con le sue famiglie (sia a Napoli sia in Russia): "Non posso vivere senza Skype".
La coppia convive in un appartamento, nella zona "Le Terrazze", così detta perché piena di bei terrazzi, al capolinea della metrò verde, Abbiategrasso: "Un quartiere tranquillo-tranquillo, pieno di verde, di piste ciclabili, ideale per il mio compagno e me che siamo sportivi e al weekend facciamo i giretti in bici." La sua cerchia di amicizie se l'è costruita grazie alla vita all'aria aperta: "Qui in zona ho conosciuto altre donne russe, o polacche o ucraine: proprio come quelle che incontrai il primo giorno in Italia, in quel piazzale della Stazione di Napoli". "A Milano ho scoperto sapori nuovi: risotto alla milanese e cotoletta alla milanese, che ho imparato a fare anch'io, così come a Napoli avevo imparato a fare i piatti tipici partenopei".

Fra le persone che assiste, c'è una 72enne la quale è non vedente da quattr'anni a causa di un tumore che ha colpito anche gli occhi e comunque abbastanza autosufficiente. L'anziana, già giornalista del "Corriere", vive col marito avvocato 71enne (che è spesso in giro per il mondo) proprio dinanzi alla storica sede del quotidiano. Non ha figli né nipoti, ma la vanno a trovare quelli dell'istituto ciechi, Marta le prepara da mangiare e sta presso di lei dodici ore a settimana, quattr'ore al giorno. "La signora vede tutto bianco, più avanti vedrà tutto nero: è l'evoluzione della sua malattia oculare. La prima regola quando lavori con una persona cieca: mai spostare niente. Rimettere sempre tutto al solito posto. E' una tipa orgogliosa, vuole imparare a far da sé. Addirittura, va in giro sempre da sola, col bastone, senza cane. Ma quando piove è difficile. E' di poche parole. Non dice mai nulla di sé, né mi chiede mai niente di me" purtroppo.

In compenso, ama invece chiacchierare ("come fra due vecchie amiche”) l'altra signora ammalata da lei assistita, a Segrate. Si chiama Cinzia, e a soli 52 anni è paralizzata a causa di una malattia cerebrale e anche lei ha un marito (58enne) che a causa del lavoro la lascia spesso sola:  fa il paramedico. Con lei Marta lavora dieci ore, tre volte a settimana. Cinzia non ama compiangersi, si ritiene meno sfortunata di molti altri.  Commenta Marta: "Io che ho allevato una figlia e ho lavorato con i bambini a Napoli, posso fare il confronto fra vecchi e bambini: lavorare con queste persone ammalate è più difficile che accudire i bimbi, ci vuole tanta pazienza".

Marta non assiste solo anziani, ma tiene anche in ordine le case di altre persone. Per esempio tramite conoscenze ha trovato lavoro per riordinare presso una professoressa studiosa che vive sola, la sua preferita perché con lei parla di tutto (anche se la docente in alcuni periodi dell’anno è troppo occupata per fare conversazione): "Mentre io metto a posto, la prof è sempre alla scrivania, a fare ricerca, a corregger tesi di laurea e a studiare nuovi volumi. Poi finalmente stacca per una sigaretta e io e lei conversiamo. Appena entrai in quella casa piena di stile e di storia, notai l'assenza delle solite icone di santi e crocifissi delle case italiane: "Lei non è cattolica, vero?". "Indovinato, sono ebrea". Avevo già conosciuto delle persone ebree in Russia: ho notato che studiano e leggono molto più degli altri." Da quell'osservazione arguta si è guadagnata la stima della signora ed è nata un'amicizia: "La prof è sempre di buonumore, e io con lei mi sento libera di parlare anche dei miei affari familiari, cioè delle mie famiglie."

Bilanci: "Della Russia mi manca la Neve"

"Il bello del mio lavoro è che, fra una signora e l'altra, mi faccio i miei bei giretti: ho scoperto le bellezze segrete di Milano: i cortili dei palazzi".
La questione della cittadinanza? "Mi è giunta la letterina, ma non è una cosa che ritengo urgente: esattamente come non m'interessa sposarmi. Se due stanno bene insieme, a che serve?". E trova che sia giusto che sia conferita dopo dieci anni di permanenza la cittadinanza italiana? "Secondo me sì, dieci anni sono il periodo giusto per capire se sei italiano o no." E Lei, Marta, l'ha capito, dopo dieci anni in Italia, se si sente italiana o russa o tutt'e due? "No, non mi sento italiana, né russa. Mi sento un pò come la mia amica ebrea."
Le chiedo dei confronti fra città: "Non c'è paragone, preferisco di gran lunga Milano per almeno due ragioni molto pratiche nella mia quotidianità. La prima è che i mezzi pubblici a Napoli accumulano ritardi: quindici minuti diventano un'ora. Invece, qui a Milano attendi al massimo sette minuti, e  se il metrò si blocca, c'è subito la navetta. (Quanto al casino del traffico, poi, Napoli è peggio di Roma.) Un'altra ragione è la sanità: qui, fa un esempio, mi arriva puntualmente la letterina con l'invito a fare il test al seno, che io faccio subito avendo avuto l'esperienza di restare orfana dei genitori e poi di mio marito morti tutti e tre di tumore. A Napoli, non mi era mai arrivata, ora non so. Invece oggi ci si può salvare dal cancro se uno lo prende in tempo".
Cosa Le manca di Napoli, Marta? "Oltre alle mie famiglie? La pizza napoletana originale!" (che è anche stata una delle immagini presenti nello spot Tv di Expo Milano 2015 come parte integrante della nostra cultura culinaria). E della Russia, Marta, cose Le manca?
"La neve! L'ho ritrovata in Germania, quando sono andata a trovare i genitori del signore tedesco per cui ho lavorato a Napoli, e qui a Milano gl'inverni passati, peccato che lo scorso inverno non sia venuta". Torna in mente il paesaggio innevato che Anne lascia (anche lei partita all’avventura, come Marta, per un Paese ignoto) in Estonia nel film.
La caratteristica di questa donna solare, quindi, è la sua capacità di fare festa: le feste cattoliche che faceva di nascosto in famiglia per non perdere le tradizioni durante il regime comunista; le "feste delle babysitter" che ha inventato mentre curava i bambini della famiglia partenopea; ed infine, la festa che si ricorderà sempre, del ragazzo gay presso la cui famiglia lei ha servito dieci anni e che la tratta come una sorella. Solo chi è in grado di fare festa può essere una persona realmente compassionevole com'é Marta. 

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Il De Senectute di Hillman:

Il Senso di una Lunga Vecchiezza è Conoscere Sé Stessi: completare la Scoperta del Carattere, Idea Terapeutica che dà il Valore Durevole di Ognuno


PSICANALISTA E FILOSOFO. James Hillman (1926 - 2011) ha scritto
da vecchio il saggio filosofico "La Forza del Carattere" (1999). 

"I prossimi decenni saranno dominati dalla popolazione anziana" e "le nazioni sviluppate stanno invecchiando rapidissimamente", dice James Hillman nel saggio "La Forza del Carattere" (Adelphi, Milano 2000, pag. 20), ed infatti è stato un bestseller in Germania "L'arte d'invecchiare" del consulente filosofico Wilhem Schmid, appena tradotto da Fazi.
James Hillman (1926 - 2011) è stato un grande psicanalista junghiano: come il suo maestro Jung (1875 - 1961), crede nell'esistenza di un inconscio collettivo, Idee che preesistono alla nostra nascita e sono vive nel nostro immaginario: "Esistono stili di esistenza archetipici ai quali non ci è dato fuggire" (pag. 58). Hillman formulò un suo pensiero originale con cui si era proposto di reimmaginare la psicologia e, da anziano, l'analista americano ha scritto questo libro filosofico (di "psicologia filosofica", come Hillman chiama il proprio pensiero nel libro "Un terribile amore per la guerra"),
 "La forza del carattere" (titolo originale americano "The Force of Character and the Lasting Life", 1999) in cui vuole studiare "il fenomeno "vecchiaia" come un fenomeno archetipico, con i suoi miti e significati" (pag. 27) e con metodo fenomenologico, secondo tre parole-chiave: Durare, Lasciare, Restare. (Lasciare è il letting go di Matthew Fox, il teologo che ha inaugurato la mia rassegna quest’anno alla Casa dei Diritti: la Via Negativa, il saper lasciar andare).
Un appunto sulla versione italiana: non solo mancano auspicabili note esplicative (come la necessaria spiegazione che "character" in inglese significa sia "carattere" sia "personaggio") ma addirittura ci sono errori di distrazione (alla pag. 180 seguono le pagg. 179 e 180 con la ripetizione di un paragrafo già letto: di questa mancanza diffusa di concentrazione ho trattato nel mio articolo “Allenare l’Attenzione, Muscolo della Mente”: http://lelejandon.blogspot.it/2014/01/allenare-lattenzione-muscolo-della.html).
ìPer cominciare, il grande psicologo analista denuncia un limite culturale diffuso: le scienze si limitano a studiare come s'invecchia, ma non qual è il senso di questa lunga vecchiaia.


Noi mammiferi abbiamo sia l'infanzia più lunga sia la vecchiezza più longeva, ancor più lunga nelle donne che vivono anche "sessant'anni dopo la menopausa": qual è il senso di ciò?
Sull'infanzia, la nostra lunga infanzia, abbiamo già scritto (vedasi il mio articolo "Le Intuizioni Morali Innate come i Cinque Sensi: Studiare gli Occhi dei Bimbi per capire la Natura Umana e i suoi Limiti": http://lelejandon.blogspot.it/2014/08/le-intuizioni-morali-innate-come-i.html, recensione al libro di Paul Bloom "Buoni si nasce"). Ma la vecchiaia?
Di certo non è in grado di spiegarlo il geneticismo della "teoria del gene egoista" di Richard Dawkins -una "idea psicopatica" la definisce Hillman (pag, 259, cfr. il mio articolo sulla maniera di ragionare dei sociopatici: http://lelejandon.blogspot.it/2014/02/senza-rimorso-colpa-o-pieta-come.html, http://lelejandon.blogspot.it/2015/04/linvidia-maligna-del-perverso.html)- secondo cui i nostri geni dominano il nostro istinto a perpetuare la specie.
Hillman, rifacendosi agli antichi sia per quanto riguarda i vari "De Senectute" (Cicerone, Seneca) sia per quel che concerne il carattere, esplora il senso di questa longevità.
Innanzitutto, vorrei citare l’attivista femminista ebrea americana Betty Fridan (1921 – 2006), autrice del classico “La Mistica della Femminilità” nel 1963 ove dava voce al malessere delle donne casalinghe per lo stereotipo patriarcale della donna tutta casa-e-famiglia) che, in un saggio che scrisse settantenne, nota come

“la vecchiaia è definita come assenza di giovinezza. La vecchiaia non è dunque valutata per quello che è, ma piuttosto per quello che non è” (“L’età da inventare”, Frassinelli, Milano 1994, pag. 56)

Dice Hillman che dobbiamo recuperare il significato positivo di "vecchio" nello stesso senso in cui noi diciamo "vecchio amico" o "vecchi film": un aggettivo che si attribuisce alle "cose profondamente amate" (pag. 88). Dobbiamo recuperare sia l'antico senso di "old" che deriva da una radice indeuropea che significa "nutrire" ("una cosa old è nutrita appieno, cresciuta appieno, matura al punto giusto", pag. 84) sia dalla varietà dei ben nove termini usati nella Bibbia ebraica (pagg. 92 - 93). Dobbiamo smettere di associare la parola "vecchiaia" alla parola "morte" che magicamente uccide la ricerca di senso (pag. 27) ed abbinarla piuttosto al carattere. Non si può passare gli ultimi anni di vita pensando ad "una cosa che non posso conoscere", cioè la morte.
"Per comprendere la vecchiaia abbiamo bisogno dell'idea di carattere" (pag. 13): urge la svolta di uno "studio umanistico della vecchiaia" come han fatto lo psichiatra Premio Pulitzer Robert Butler (1927 - 2010), autore di studi longitudinali su persone anziane in salute e che ha contribuito al documentario del 2009 (di cui ho mostrato estratti in esclusiva italiana) "I Remember Better when I paint" (sull'effetto benefico del dipingere sugli ammalati d'Alzheimer, con la voce narrante del Premio Oscar Olivia de Havilland), e donne come Simone de Beauvoir, Anne Wyatt-Brown e Kathleen Woodward.

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Compassione e Carattere, i due Grandi Assenti

Ricordate quando ho recensito il libro di Matthew Fox, che ha notato l'assenza nei libri di teologia cristiana della parola "compassione" legata alla giustizia, come nello spirito ebraico? Ebbene, analogamente, Hillman denuncia l'assenza nei libri di psicologia della parola "carattere", come invece nei miti antichi.
E proprio seguendo il motto del dio Apollo a Delfi, "prendi consapevolezza di te stesso" (Γνῶθι σεαυτόν) Hillman c'invita a scoprire noi stessi.
E qui ci viene in mente la distinzione del filosofo ebreo tedesco Edmund Husserl (1859 – 1938) fra Körper (il corpo fisico) ed il Leib (il corpo vivo, vissuto) che vi ho spiegato alla Serata Cineforum sull’Alzheimer http://lelejandon.blogspot.it/2015/11/alzheimer-conviverci-al-meglio-comunita.html): un approccio superficiale, incapace di valorizzare la vecchiaia, sa vedere solo il corpo indebolito con i suoi acciacchi, mentre il carattere del vecchio è un' "idea psicosomatica", psiche-e-soma insieme. Qui Hillman critica la gerontologia ad orientamento fisiologico, incapace di rispondere alle domande filosofiche dell'essere umano e dominata dall'archetipo della giovinezza come paragone:


"Non riusciamo a immaginare la bellezza della vecchiaia
perché guardiamo soltanto con gli occhi della fisiologia" (pag. 52).

Il biologo Roger Gosden dice che ci sono trecento teorie diverse sul mistero dell'invecchiamento. E mentre dopo i 50 anni, il 50% dei neuroni viene perso dalla regione frontale della corteccia (sede della capacità motoria) e diminuisce la memoria a breve termine (oggi chiamato "disturbo neurocognitivo lieve"), d'altra parte migliora la memoria a lungo termine (pagg. 134 - 135). Inoltre, non solo negli anziani in salute la sensibilità ai sapori non subisce mutamenti, ma è bene ricordare che i migliori sommeliers e chefs "raggiungono l'eccellenza invecchiando" (pag. 172).
"Se penso che la mia fisiologia sia la mia intima "natura", starò all'erta per cogliere ogni giorno il minimo segno di declino" e sarò dominato da ipocondria, ansia e depressione (pag. 99) e mi focalizzerò sul mio corpo (dieta, bilancia, specchio). Meglio, piuttosto, dedicarsi allo studio del carattere.

"Una donna vecchia può essere utile semplicemente
in quanto figura da apprezzare per il suo carattere" (pag. 52)
"Dobbiamo psicologizzare la vecchiaia, scoprire l'anima che ha dentro" (pag. 13)
"Come il carattere guida l'invecchiamento, l'invecchiamento disvela il carattere" (pag. 17)

"La patologia principale della vecchiaia è l'idea che ne abbiamo" (pag. 20) e serve una "terapia delle idee" che "richiede coraggio", il coraggio che il filosofo britannico Alfred North Whitehead (1861 - 1947) chiamava "l'avventura delle idee".

"Invecchiare è una forma d'arte" (pag. 14)
"L'idea di pensionamento tende a incoraggiare un atteggiamento di rivendicazione anziché di servizio" (pag. 53)

"Gli ultimi anni sono così preziosi per ripassare la propria vita e fare ammenda, per dedicarsi a speculazioni cosmologiche e per l'affabulazione dei ricordi in storie" (come Nonna Nanette, interpretata dal Premio Oscar Ellen Burstyn, nel film "Un giorno questo dolore ti sarà utile"), “per il godimento sensoriale delle immagini del mondo e per il contatto con le apparizioni e gli antenati: e tutti questi valori la nostra cultura li ha lasciati avvizzire!" (pag. 53). 
Oriana Fallaci ha dedicato la vecchiaia a ricostruire l'albero genealogico della sua famiglia e a scrivere il romanzo storico
"Un Cappello pieno di ciliege" che è stato pubblicato postumo. 

Ecco perché si passa la vecchiaia "concentrati come se stessimo studiando per un esame finale" (pag. 73), passando in rassegna la vita, a sfogliare gli album di foto, a scrivere l'autobiografia o la storia della famiglia, come fa dichiaratamente Oriana Fallaci (1929 - 2006) nel suo romanzo (pubblicato postumo) "Un cappello pieno di ciliege. Una Saga" (Rizzoli, Milano 2008):

"Ora che il futuro s'era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l'inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire" (incipit)

Un libro storico che pare proprio come uno studio della caratterologia dei personaggi e di sé stessa.
Continua Hillman: "Io penso che il carattere voglia cercare di capirsi, di accrescere la propria capacità d'introspettiva e la propria intelligenza" (pag. 136). Per esempio, i poeti e monaci giapponesi compongono in punto di morte un jisei, una breve poesia d'addio alla vita (pagg. 175 - 176).
"Il mondo quotidiano è notoriamente carente di studi di questo tipo", come mostrano le frasi di chi viene intervistato a proposito dello stragista di turno: era così tranquillo. Siamo quello che appariamo soltanto se siamo immaginifici e sappiamo fare "people watching" (pag. 75). "Invece di guardare, somministriamo test" (pag. 76).

"Il nostro assunto è che la vita sia essenzialmente intelligente, non soggetta al cieco caso, e dunque intelligibile, non assurda" (pag. 105),

come invece (dico io) pensano quei vecchi che si suicidano perché ammalati di ipocondria o di depressione (ci sono vari casi famosi) o perché economicamente sul lastrico. Il carattere è studiabile ed intelligibile, mediante l'immaginazione. Come abbiamo visto dalla nostra intervista al Servizio "CuraMi", il carattere viene tenuto conto anche nella selezione delle proposte di possibili assistenti degli anziani.

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"Il Carattere è la Forma del Corpo"
In Aristotele si dice "Enérgheia" (Energia)
 
Nella copertina della sua autobiografia, il neurologo
ebreo Oliver Sacks mette una sua foto da giovane. 
Ma che cos'è il carattere?
L'idea di carattere richiama la scrittura: deriva dal greco kharassein, "incidere", "tratteggiare", ed è appunto fatto da tratti, qualità distintive ed in lingua inglese "character" indica anche il personaggio:

"quel marchio d'identità che distingue una persona dall'altra" (pag. 243).

Le moderne scoperte scientifiche ci suggeriscono come avesse ragione Aristotele nell'intuire che c'è sempre una forma a dare organizzazione alla materia. Ed il carattere è secondo Hillman la nostra "forma", concetto che egli recupera dai filosofi greci Platone ed Aristotele (enérgheia, donde la parola "energia"):

"durante la vecchiaia il nostro carattere mostra sempre maggiore energia" (pag. 46).

Secondo Aristotele "l'anima è la forma del corpo" per cui se anche muta la materia, come il mio corpo che invecchia, non muta la forma: il mio carattere. Il carattere è "il principio informatore dell'invecchiamento del corpo" (pag. 42). Hillman definisce "pazzesco" il riduzionismo che va di moda nelle neuroscienze, alla Steven Pinker (mind = brain) per cui io non sarei nient'altro che il mio cervello visibile mediante le neuroimmagini. Hillman è invece dell'opinione che esista una "forza invisibile" (pag. 44) che dà forma a ciò che accade nel corpo, ai comportamenti: le caratteristiche che rendono unico ognuno. "La forma ci aiuta a spiegare l'incredibile energia dei vecchi" (pag. 46, a me viene in mente Oliver Sacks, il grande neurologo ebreo britannico da poco scomparso, pieno di voglia di ricercare e ricco di eccentricità che tanto piacciono a Hillman che nei suoi libri ha descritto i progressi dei pazienti affetti da varie malattie particolari come la sua, la prosopagnosia).
Avere carattere allunga la vita, "durare" significa essere fedeli al proprio carattere (pag. 47). Ma attenzione: Hillman non dà giudizi morali. Si può avere anche un caratteraccio immorale e spigoloso e durare.
Il carattere si fonda sul cuore, non nel senso della pompa di Harvey bensì dell'idea del carattere più autentico come la sede della compassione nonché dell'immaginazione creativa (secondo il mistico sufi Ibn Al Arabi, che ho citato nel mio articolo sulla Creatività come essenza della nostra umanità http://lelejandon.blogspot.it/2015/03/il-coraggio-creativo-e-la-risposta.html). Gli Egizi raffiguravano i preparativi per l'aldilà con una bilancia ove su un piatto c'era una piuma e sull'altro un cuore: la vecchiaia è il momento della vita in cui alleggerire il cuore dal peso delle colpe e la contrizione l'alleggerisce. Il filosofo preferito di Hillman, il neoplatonico Plotino, credeva che il moto dell'anima sia circolare: il messaggio è che la nostra vita non deve discostarsi troppo dalla nostra anima, partendo per la tangente ed allontanandosi dal cerchio (pagg. 187 - 188).

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Il Carattere Ospita tanti Caratteri:
come una Compagnia di Attori
Precede la Morale, ed è dato dalle Caratteristiche Individuali: lo Stile, i Segni Particolari, i Nostri dèi del Cuore, le Immagini che generano infinite Storie (e di cui le virtù e vizi sono solo una minima parte


Vediamo, anche attraverso l'elencazione riassuntiva che ne fa Hillman a fine libro (pagg. 268 - 271), che cos'è e che cosa non è il carattere:

- Il carattere è tutta quella serie di sfaccettature osservabili (di cui le eccentricità sono parte integrante) che rendono distinta come unica una cosa od una persona: “ha carattere” anche un'opera od una casa od un oggetto. Jung definì l'individuazione (il processo che si raggiunge anche grazie alla psicanalisi) come differenziazione del Sé dal collettivo.  Non è quindi la "personalità" o l'Io (tipo a.d. od un uomo politico che cerca il compromesso fra due parti), né il Sé, il Soggetto, la Volontà (come pensavano Nietzsche e il suo maestro Schopenhauer), o l'identità, o l'Ego, od il temperamento, o tutta quella serie di nomi inventati dalle varie scuole di psicologia (pag. 41). E' impersonale e si compone di parecchie "personalità parziali": Hillman immagina la psiche come una pensione piena di ospiti (mi viene in mente Hegel che dice che "l'anima umana è piena di dèi") e "una teoria del carattere deve dare spazio a tutti, ai caratteristi, alle controfigure, agli addestratori di animali, alle comparse" come "quando, alla fine dell'opera, l'intera compagnia si presenta in scena" (pagg. 72 - 73) che gli junghiani chiamano "integrazione dell'Ombra": in questo mi fa pensare alla "coscienza drammaturgica" odierna di cui parla Jeremy Rifkin ne "L'età dell'empatia"). "L'ideale junghiano auspica un carattere più integrato, una pensione al completo" (pag. 73);
- la decadenza fisica dell'invecchiamento "libera il carattere dalla personalità" che "imbriglia i tratti del carattere", le “caratteristiche” (pag. 153);
- è stata l'astrazione senza carattere come il carattere moralizzato (buoni vs cattivi) a rendere possibili Lager e Gulag (pag.  249)
- Si noti bene: il carattere non è la somma di una serie di categorie collettive.
- Nonostante tutti questi nomi, nei libri di psicologia manca la voce "carattere"; lo studio del carattere non è previsto nei curricula delle facoltà di Psicologia;
- non è un "tipo" psicologico né un temperamento: uno stesso temperamento "introverso" (termine vago che non dice nulla) può declinarsi in infiniti stili, come la pavidità o la timidezza o la concentrazione, queste sì parole immaginifiche.
- comprende psiche e soma, è un'idea psicosomatica;
- va liberato, grazie anche al linguaggio e all'immaginazione, sia dalla scienza sia dalla religione;
- richiede per essere descritto adeguatamente un linguaggio creativo ed immaginifico (come gli antichi greci o gl'indiani d'America) perché "il pensiero avviene in forma d'immagini" (pag. 237): la Poesia supera la Psicologia. Fare una descrizione del carattere non è fare psicologia o psicanalisi, bensì immaginare.
- non è rigorosamente unitario, è fatto a strati, non ha un nucleo unificante;
- non va ridotto a vizi e virtù, che ne costituiscono solo una parte. E' il carattere che lo definisce: un carattere tenace può condurre ad un atto criminale o di bontà, per esempio.
- i Greci antichi studiarono la caratterologia, come Teofrasto (successore di Aristotele alla direzione del Liceo) ne "I Caratteri"; la moralizzazione del carattere avvenne ad opera degli scrittori moralizzanti cristiani e le agiografie (pagg. 240 - 241); tale visione moralizzata "non ha nulla da dire sull'invecchiamento" (pag. 242);
- il carattere reintroduce in psicologia l'idea di Destino: come diceva il filosofo greco Eraclito (Efeso 535 - 475 a.C.) in uno dei suoi cento aforismi del poema "Sulla Natura", "il carattere di un uomo è il suo destino" (éthos anthròpo dàimon), idea presente anche in Platone nella "Politéia", proprio in un dialogo fra Socrate ed un anziano, Cefalo: la causa dei mali degli anziani non è la vecchiaia bensì il loro carattere. (Faccio notare che anche Schopenauer, 1788 – 1860, credeva che il carattere è destino e non è modificabile);
- dal momento che né le psicologie né le filosofie parlano del carattere, esso trova rifugio nell'astrologia, la cui popolarità dipende dal nostro bisogno umano di una "psicologia del carattere per orientarci nella vita" (pag. 243): il tema natale non fa predizioni su chi diventerai, ma fa "vivere con maggiore intelligenza il proprio carattere" (pag. 244);
- essendo ciò che dura e resta, il carattere dà senso alla vecchiaia così come la vocazione dà senso alla giovinezza.
E' “persona di carattere” quello di cui noi diciamo "l'ho trovato in ottima forma, ha uno stile tutto suo, è piena di buone qualità".
Quando diciamo "vecchia bisbetica" magari non cogliamo che una signora anziana ci sta dando un insegnamento di rigore morale, una lezione di forza di carattere. L'irritabilità è segno di vitalità. Albrecht von Haller (1708 - 1777), padre della fisiologia, teorizzò che l'irritabilità è segno elementare di vita. Irritabile è il dio biblico e irritabili erano gli dèi greci antichi. 
ATTIVISMO. L'attivista Rita de Santis e Lele Jandon
al Cineforum "Il Cinema e i Dirittialla Casa dei Diritti del Comune di Milano. 

Qui troviamo una concordanza fra Hillman e il teologo americano Matthew Fox quando dice che sono sani e vitali l'indignazione morale e l'attivismo politico per difendere una buona causa (il reverendo Fox ricorda spesso che mentre per Agostino la rabbia sarebbe un peccato, per Tommaso d’Aquino invece nulla è mai stato compiuto senza la rabbia). Penso per esempio ai genitori più anziani di AGedO (Associazione Genitori di Persone Omosessuali) che si dan da fare per promuovere una cultura dell'inclusione: io ho avuto l'onore di conoscere e collaborare con la vulcanica Rita De Santis (già Presidente di AGedO di cui oggi è Presidente onoraria), che all'età di 77 anni è animata da un grande spirito d'iniziativa e di curiosità, ha avuto l'intuizione del nostro Workshop "Parole che Nutrono" per cui mi ha chiesto d'interpretare il tema di Expo Milano 2015 a Cascina Triulza, il Padiglione della Società Civile. Quando lei era una 44enne professoressa di filosofia, uno dei figli, Francesco, le si dichiarò gay. Lei si sentì in colpa per non aver immaginato i dolori morali del figlio e ha deciso di spendere il tempo libero della sua terza età per combattere le discriminazioni: "In Italia i nostri figli hanno eguali doveri ma non eguali diritti", nota. 
Al compimento dell'ottantesimo compleanno -mi confida- ha in programma un viaggio alla scoperta dell'Australia. A proposito di Cinema, mi spiega Rita:

"Un buon film va visto almeno quattro volte: la prima volta uno si concentra solo sulla storia, ogni volta successiva si scoprono nuovi dettagli, anche per questo la tua straordinaria iniziativa del Cineforum è socialmente utile: ci aiuta a cogliere sempre nuovi particolari. Con mio figlio, che vive in Galles, da tanti anni abbiamo un nostro rito familiare: una volta al mese, quando vado io da lui o quando viene lui a trovarmi, ci guardiamo un bel film. Sul tema della vecchiaia mi sono piaciuti "L'ospite inatteso", "Vodka Lemon", "Quartet", "Departure" e "Il Concerto"."

Con la loro memoria e insegnamenti, gli anziani creano Cultura.

"Gli antenati più che personalità composite sono tratti caratteristici che ci fanno da guida durante determinate crisi. Ecco perché esistono così tanti angeli e cherubini".

Mi viene in mente che Oriana Fallaci, che col suo carattere incuteva rispetto anche quando rimproverava aspramente i collaboratori, credeva nella componente di destino e così confida da uno di loro: "Mi mancano i miei genitori. Sai che sento i loro pensieri? Sentivo le loro opinioni quando dovevo prendere una decisione, a volte mi sembra ancora di sentirli discutere" (Elena Attala Perazzini, "I miei giorni con Oriana Fallaci", Barney edizioni, 2014, pag. 69).

La Creatività da Vecchi: gli Chef, i Poeti, gli Scrittori

Secondo Hillman, i vecchi rassomigliano al dio greco Diòniso (che è rappresentato come bambino che ha bisogno della balia ed insieme barbuto): virili ma teneri come donne, commedia e tragedia insieme (il Festival teatrale di Atene, che comprendeva tre tragedie ed una commedia, era proprio in onore di Diòniso). Sono altresì sotto l'influsso del dio Saturno, quindi saturnini, melanconici, e secondo la Scuola di Aristotele, i più creativi ed eccellenti artisti erano dei melanconici: Hillman cita il caso di Pablo Picasso (1881 - 1973) che a 87 anni eseguì 347 incisioni a soggetto erotico. Si può anche essere impotenti da vecchi, ma resta il desiderio erotico. 
AFRODITE. Secondo Pausania, a Sparta c'era il culto di Afrodite Ambologera ("Colei che Scaccia la Vecchiaia"). 

A Sparta c'era il culto di Afrodite Ambologéra, "Colei che tien lontana la Vecchiaia" dal greco ἀναβάλλω (anaballo, rimandare) e da γῆρας (ghéras, vecchiaia) come racconta Pausania (III, 18, 1). Anche i vecchi hanno una loro sessualità, collegata allo spirito. Persino il moderno farmaco Viagra produce l'erezione soltanto in presenza di eccitamento. Anche il poeta Walt Whitman (1819 - 1892) continuò a comporre poesie omoerotiche da vecchio. Fatalità, Hillman cita Jeanne Moreau che "a 64 anni interpretò la parte di uno spirito libero che, per salvare una ragazza da un matrimonio disastroso, seduce nel modo più volgare il promesso sposo. Con l'età, è aumentata anche la sua provocante carica erotica" (pag. 164). Il desiderio erotico lo rappresenta anche in "A Lady in Paris", nella scena in cui Stéphane dorme nel suo letto. Oggi ha 87 anni. Cita le love story della regista e scrittrice francese Marguerite Duras (1914 - 1996) che a 50 anni ebbe amanti ventenni. Esiste una saggezza nella loro follia, dice Hillman, e qui ci richiama alla memoria "L'elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam (1466 – 1536). 
Nyx, la Dea della Notte: le veglie notturne dei vecchi
possono rivelarsi feconde di preziose intuizioni. 

Anche Socrate aveva un forte desiderio sessuale (anche se casto) e ne traeva ispirazione filosofica. Anche la biografia di Freud pare dire di più della vecchiaia che la sua teoria.  Come ha ricordato Giorgio Pressburger sul "Corriere" ("La scrittura non dipende dall'anagrafe", 4 maggio scorso, pag. 33), ci sono esempi di scrittori che han scritto capolavori in tarda età: dal poeta greco Eschilo che a ottant'anni vinse le Grandi Dionisie (la gara di Teatro più famosa) con la trilogia dell' "Orestea"; ai tedeschi Goethe (1749 - 1832) che compose il "Faust" ad 83 anni, e Theodor Fontane (1819 - 1898) che scrisse il romanzo "Effi Briest" da over 80enne.  Ecco, in tal senso, la parola-chiave che secondo me Matthew Fox sottolinea di più rispetto a Hillman è Creatività, essenza della nostra umanità.
I vecchi su tante cose possono "dormirci su": dal momento che dormono poco (perché si svegliano spesso di notte) pensano di più e più a lungo. Il fatto che non possiamo fare granché per regolare da vecchi il nostro orologio biologico c'invita a trovare un senso a queste veglie notturne che possono essere feconde di preziose intuizioni, come se venissimo svegliati e visitati dagli spiriti della Notte, i figli di Nyx (pag. 121) dice Hillman.

Le Nonne, Memi Culturali
Le Dee Vegliarde dei Miti delle Civiltà

Da buon junghiano, Hillman ricorda l'immaginario mitico della vecchiaia in cui troviamo le seguenti autorevoli Nonne di cui qui vi mostro dei dipinti nell'immaginazione della pittrice Sandra M Stanton: Cibele, "Madre di tutto ciò che esiste", detta anche Grande Madre (e in inglese, aggiungo, Nonna si dice appunto grandmother) e Madre degli Dèi;  Gaia o Gea (che fu la prima Pizia cioè profetessa del tempio del dio Apollo di Delfi, quello il cui motto era, appunto, "prendi consapevolezza di te stesso", che Hillman ci consiglia di approfondire proprio da vecchi), Rea (la Nonna del dio Diòniso che rimise insieme le parti sembrate del dio e lo riportò in vita), e la dea dell'Est Europa Samovila (dea protettrice degli animali: in effetti le persone anziane spesso sono in compagnia di animali domestici).
Come queste dee del mito, le anziane e gli anziani spesso sono maestri di gravitas, cioè di serietà e dignità. Un'altra caratteristica delle persone anziane è che tendono a ripetere molto volentieri le loro storie, e la ripetizione orale è stato lo strumento delle culture orali/aurali per consegnare ai posteri il patrimonio d'idee. In antropologia "gli equivalenti culturali dei geni" si chiamano "memi" (pag. 257), dal greco "mimema" (imitazione, da cui la parola “mimetizzazione”) e sono quelle informazioni trasmesse per imitazione che sono depositate in "manufatti culturali come dipinti, libri e proverbi": le Nonne sono dunque, dice Hillman, dei "memi culturali".
 Io penso per esempio alle preziose ricette dei piatti: ho conosciuto una signora che, pur ammalata e senza avere le forze per far da mangiare, non rinunciava a sovrintendere agli esperimenti di cucina del  figlio gay, seduta in cucina con lui oppure guidandolo al telefono, nella preparazione di determinati cibi per insegnargli le proprie ricette. Pur "vuote di ovuli", sono "piene di memi", nota Hillman.

LELE JANDON
www.lelejandon.blogspot.it
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Twitter: @LeleJandon