martedì 14 marzo 2023
Sisma in Turchia, Catastrofe anche politica
di LELE JANDON
Dei 24 milioni di persone che hanno vissuto il sisma in Turchia, 41 mila sono rimaste uccise (fra cui l’ex calciatore ghanese Christian Atsu). Sono stati colpiti anche i luoghi teatro del genocidio degli armeni (fatto storico negato dal regime turco di Erdogan).
«Quel che è successo in Turchia non è una catastrofe naturale, è una catastrofe politica: la colpa è dell’autoritarismo e della corruzione. Gli effetti del terremoto sono dovuti a negligenza prima e dopo l’evento. Per molti anni gli avvertimenti degli scienziati sono stati ignorati dal governo; le licenze per la maggior parte degli edifici distrutti, 60 mila, sono state rilasciate negli ultimi dieci anni (cioè durante la dittatura di Erdogan, in carica dal 2003, ndr). E’ la prova che la Turchia sta diventando uno Stato fallito» scrive su “Euronews” Ahmet Erdi Öztürk, politologo del GIGA (German Institute for Global and Area Studies) il quale rileva anche che «il primo e più generoso sostegno è arrivato dagli Stati Uniti d’America, da Israele e da tanti Paesi occidentali con cui la Turchia di Erdogan è sempre stata in contrasto».
Come scrive la reporter Çiğdem Toker su “T24”, «migliaia di persone che potevano essere salvate sono morte a causa dell’incompetenza e dell’arroganza delle istituzioni. Nella regione colpita, diventata una scena del crimine, si è cercato di distruggere con le ruspe la sede dell’ufficio per il controllo edilizio e si sta facendo qualunque sforzo affinché il sistema formato da un’ampia rete criminale di appaltatori, funzionari pubblici, amministratori locali, politici e burocratici del governo centrale non debba rispondere di nulla». Per di più, come titolava il settimanale britannico “Economist” all’epoca dell’emergenza, «il governo turco non riesce a far fronte al terremoto», a gestire l’emergenza: uno Stato fallito.
Lo scrittore Roberto Saviano nota: «Questo è il risultato di un potere scellerato che esprime un modo di fare politica che non ha alcun rispetto per la vita. Erdogan ed Assad hanno una responsabilità enorme: in nessuno dei due regimi si sono costruite in sicurezza le città rispettando le più semplici norme antisismiche né si sono messi in sicurezza gli edifici esistenti».
Il geologo turco Hüsein Alan dice alla prestigiosa rivista tedesca “Spiegel” di aver dato l’allarme ma di essere rimasto inascoltato: «Questo terremoto era previsto». Concorda il suo collega Mario Tozzi sul quotidiano progressista “La Stampa” di Torino: «Non è il terremoto che uccide, ma la casa costruita male e, da questo punto di vista, la Turchia e la Siria rassomigliano moltissimo all’Italia» di Meloni. «In Giappone, Cile, Nuova Zelanda e California si supera la magnitudo 8 e le case e le infrastrutture reggono molto meglio anche perché i devastanti terremoti di San Francisco (1906), Tokyo (1923) e Valdivia (1960) furono presi come occasione per rifondare un Paese e costruire una cultura del rischio sismico. Da noi e in Turchia non è stato fatto».
Per protesta contro questa politica psicopatica e ricordare i bambini uccisi, molti tifosi turchi hanno gettato dei pupazzetti di peluche sul campo da calcio di due stadi gridando contro Erdogan: «Dimettiti!». E il dittatore ha chiuso gli stadi.
Ma come nota Martin Voss, capo del Centro di Ricerca sui Disastri della Freie Universität di Berlino, «una tale catastrofe non è solo un fallimento dei politici ma un fallimento sociale in quanto sono stati eletti». «In teoria quasi nessuno avrebbe dovuto farsi male», conferma il ricercatore che la pensa come Tozzi.
Bravi invece i volontari: 50 mila soccorritori sono stati impegnati nelle operazioni di ricerca e salvataggio. 19 Paesi dell’Unione europea (più l’Albania ed il Montenegro ed Israele) hanno mandato aiutanti ed aiuti e 79 cani da ricerca attivando il sistema di “Protezione civile europea”. Persino l’Ucraina di Zelensky ha inviato aiuti nonostante sia sott’attacco da parte di Putin.
La Germania, ove vivono 3 milioni di persone con background turco, piange ed aiuta i turchi terremotati.
Alla Porta di Brandeburgo, cuore della capitale tedesca ove l’8 per cento dei berlinesi ha origini turche, il presidente della Repubblica Steinmeier ha presenziato ad una cerimonia di lutto collettivo in memoria degli uccisi.
L’empatica ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock (i Verdi), in visita ai luoghi del terremoto ha definito «incredibile, indescrivibile e desolante» la portata della catastrofe: «Tutto il nostro Paese partecipa e simpatizza col popolo turco. Il nostro Governo darà in totale 108 milioni di euro ed ha agevolato le procedure per i visti per i cittadini turchi dimodoché possano rifugiarsi dai parenti in Germania».
Il popolare quotidiano “Bild”, nel lanciare una campagna d’aiuti, si è fatto interprete dell’ondata di compassione da tutta la Germania ove tante sono le persone di origine turca: noi tedeschi e turchi «siamo diventati amici da quando le vostre madri e i vostri padri ci hanno aiutato a ricostruire il nostro Paese» (vedi mio articolo sulla Mostra al Museo delle Culture europee: http://lelejandon.blogspot.com/2023/01/siamo-un-pianeta-nomade-una-mostra.html).
Dalla Germania sono partite con 7 cani specializzati le organizzazioni “ISAR Germany” (che si occupa di “Katastrophenschutz” cioè “protezione civile”) e “BRH” (cani di salvataggio) il cui motto è ebraico ed è tratto dal Talmud babilonese: «Chi salva anche soltanto una vita, salva il mondo intero!».
Questo cagnolone è stato fotografato al suo ritorno esausto in Germania dopo aver salvato vite umane con “ISAR Germany” il cui portavoce dichiara: «Nel periodo in cui la nostra squadra si trovava nella zona terremotata siamo riusciti a salvare 4 persone e a dare fiducia a centinaia di migliaia di altre» (grande è stata la gioia quand’è stata ritrovata viva, dopo ben dieci giorni, una ragazza di 17 anni il cui nome, Aleyna, in lingua turca significa “colei che non morirà”).
E un gatto bianco di nome Enkaz non vuol saperne di separarsi dal suo salvatore Ali Cakas (componente della squadra nazionale di ciclismo): «Ma che grazioso e beneducato!», commenta lui che pure si è affezionato al micio accoccolatogli garbato sulla spalla.
Lele Jandon
(trovate le Gallery fotografiche
nel mio Instagram)
venerdì 10 marzo 2023
Distruzione in Ucraina, una Mostra in Chiesa a Berlino
di LELE JANDON
Come già Vi ho raccontato a suo tempo, qui a Berlino la chiesa protestante ha fatto tantissimo per l’Ucraina, che si trova a due ore d’auto dalla capitale.
Il vescovo di Berlino Christian Stäblein ha benedetto la solidarietà attraverso l’invio di armi alla Resistenza.
Il primissimo luogo d’accoglienza dei profughi è stato una chiesa luterana (Sankt-Jacobi), adibita a dormitorio, e la Berliner Stadtmission ha dato il benvenuto agli ucraini in arrivo coi treni.
Per raccogliere fondi le parrocchie hanno organizzato concerti (ne ho ascoltato uno incantevole con la cantante e musicista Antje Rietz alla chiesa luterana di San Tommaso il cui pastore si è recato a Černivci per raccogliere le firme per la richiesta d’adesione da consegnare all’Unione europea).
Ed ecco un’ennesima iniziativa (nell’àmbito del Mese della Fotografia in cui ci sono tante mostre fotografiche in giro per la capitale tedesca): sino al prossimo 5 aprile potete visitare la mostra “The Faces of War” ospitata nella magica cornice della prestigiosa Gedächtniskirche (la Chiesa della memoria), situata fra Wilmersdorf e Schöneberg (alle mie spalle), ad un anno dall’invasione ingiustificata e ingiustificabile di Putin, il 24 febbraio 2022.
E’ una selezione degli scatti (mostrati da BBC, “New York Times” e “Washington Post”) del pluripremiato fotografo ucraino Mstyslav Chernov. L’artista ha lavorato anche per il “National Geographic”, come corrispondente di guerra dell’Associated Press ha seguito l’Iraq e la Siria ed è stato premiato al Sundance film festival per il documentario “20 giorni a Mariupol”.
L’allestimento parte proprio da questa città completamente distrutta (diventata simbolo al contempo dell’eroica Resistenza del popolo ucraino e della ferocia dell’esercito di Putin) dove il 9 marzo i russi colpirono un reparto di neonatologia nonostante sul piazzale dell’ospedale fosse scritto chiaro in russo: BAMBINI! E’ grazie al nostro eroico fotografo che le immagini di questo crimine hanno fatto il giro del mondo.
La carrellata prosegue con l’ex bellissima Kharkiv (oramai anch’essa ridotta in macerie) e Bucha (teatro di crimini contro l’umanità denunciati anche dalla ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock che ci è andata in visita). La location della Mostra non potrebbe essere più azzeccata perché la Chiesa della Memoria è stata lasciata così, con la cupola distrutta dalle bombe alleate, ad eterno ricordo dell’orrore delle guerre espansionistiche come quella di Hitler e Putin.
In questi documenti straordinari (ne vedete alcuni sul mio profilo Instagram) il fotoreporter ci mostra il duro lavoro dei vigili del fuoco ed il dolore composto delle varie persone che abbracciano un loro caro appena ammazzato da un missile russo. Dinanzi a questa distruzione chi, come Merkel, non ha saputo riconoscere con anni d’anticipo il male nel volto glaciale di questo serial killer che ha così tante volte incontrato dovrebbe solo vergognarsi della propria stupidità.
martedì 7 marzo 2023
Purim e lo Scampato Genocidio
di LELE JANDON
Buona Festa agli ebrei nel mondo che fra oggi e domani festeggiano Purim!
E’ una ricorrenza allegrissima in cui ci si lascia andare e s’indossa un mascheramento bizzarro infatti popolarmente è anche detto “il Carnevale ebraico” (come in questo dipinto qui illustrato da Joel Itman, pittore americano che vive in Italia). Anche qui a Berlino, dove gli ebrei sono ottantamila (e ne arrivano sempre di più dalla Russia dove i rabbini suggeriscono di andar via perché tira un’aria brutta), ci sono appositi party di Purim aperti a tutti nelle discoteche. Alla sinagoga liberale si sono sia letti (in cinque lingue) sia cantati (in ebraico) i passi dell’avventurosa storia di uno scampato genocidio narrato dal Libro di Ester che ciascuno di voi può andarsi a leggere stasera nella propria Bibbia.
2500 anni fa l’invidioso Amán s’indignò perché un ebreo della corte non gli si era genuflesso e riuscì a persuadere il satrapo persiano Artaserse (di cui era perfido consigliere) del proprio progetto genocidario contro gli ebrei (sottomessi appunto ai Persiani):
«Vi è un popolo segregato e disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo Regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del re; non conviene quindi che il Re lo tolleri. Se così piace al re, si ordini che esso sia distrutto».
Ester, ex schiava fatta regina dal tiranno che ignorava che lei era ebrea, salvò il suo popolo convincendolo a pregare digiunando e poi facendo coming out col re suo marito, a rischio della sua stessa vita: con l’aiuto di Dio, convinse il re a non sterminare gli ebrei e ad impiccare quel demonio di Amán.
A Purim si commemora così la gioia per lo scampato genocidio grazie alla coesione del popolo.
Questa storia meravigliosa c’insegna che gl’impulsi genocidari erano presenti già nell’antichità (si pensi agli antichi romani e alla distruzione del Tempio di Gerusalemme per mano del generale Tito) ed è una lezione di coesione che vale per tutti i popoli la cui compattezza è minacciata proprio dalle menzogne (le fake news su vaccini, guerra, ebrei, persone LGBT e mussulmani) che provengono perlopiù dalla Russia di Putin.
Ne abbiamo un esempio di scottante attualità: gli ucraini rimasti in Patria, sotto la salda leadership etica dell’eroico presidente Zelensky, di origine ebraica, stanno dimostrando al mondo cosa significhi essere un popolo coeso per difendersi dal genocidio e dalla cattività. Peraltro anche loro, come quegli antichi ebrei sotto i Persiani, si ritrovano a praticare di fatto il digiuno per tanto tempo dovendo vivere perlopiù nascosti nei Bunker sottoterra in attesa dei viveri del governo come accade quotidianamente nelle città attualmente sott’assedio. Come ha detto quel soldato ucciso ieri a bruciapelo da una banda di soldati russi: “Gloria all’Ucraina! Slava Ukraïni!”, lunga vita all’Ucraina!
giovedì 16 febbraio 2023
Per noi ha vinto Mr Rain
di LELE JANDON
Non solo effimere canzonette alla settantatreesima edizione del Festival di Sanremo. Il mio tormentone (in tedesco diciamo “Ohrwurm”, letteralmente “verme dell’orecchio”) è la canzone “Supereroi”, classificatasi solo terza alla gara ma seconda su Spotify, YouTube, iTunes Apple Music.
La canta Mr Rain, dolcissimo 31enne di Desenzano sul Garda, qui ritratto dall’artista Enzo Iorio che ha così reso omaggio a questo ragazzo, vero vincitore morale di questo Festival della canzone italiana.
Il curioso nome d’arte deriva dal fatto che trova ispirazione per comporre le sue canzoni solo quando fuori piove.
Snobbato da “giudici” incompetenti ad un sadico “reality show” musicale, ha superato la depressione, si è messo a studiare pianoforte e ha fatto il grande ritorno sulla scena con una delicata melodia che ha strabiliato tutti perché, dopo un esordio con un genere americano (come rapper), ha creato un originale brano che solo nell’incipit è vagamente rap ma che a sorpresa procede in un pop squisitamente italiano.
Con elegante distinzione ha presentato il suo commovente pezzo sanremese che racconta un pò di sé lanciando al contempo un potente messaggio universale nell’era dell’epidemia della solitudine e del narcisismo: come egli stesso spiega in un’intervista, dobbiamo superare la vergogna (che non crea nulla di buono), «toglierci le nostre maschere, e mostrarci per come siamo, chiedendo aiuto a chi ci vuol bene».
Nel poetico testo, composto in mezz’ora in stato di flusso e migliorato da Federica Abbate, il cantautore ci ricorda la nostra vera natura relazionale col prossimo ricorrendo ad una stupenda immagine metaforica dello scrittore partenopeo Luciano De Crescenzo (1928 – 2019) ripresa anche nel suo film del 1984 “Così parlò Bellavista” e da don Tonino Bello (1935 – 1993, dichiarato beato da Papa Francesco): «Siamo angeli con un’ala soltanto e riusciremo a volare solo restando l’uno accanto all’altro».
Ad un certo punto fa il suo ingresso sul palco del teatro Ariston un coro di voci bianche di otto «bambini che è un po' la mia firma stilistica quando voglio sottolineare un concetto». Con loro Mr Rain canta a cappella (lui che coi bimbi ha particolare feeling perché ha aiutato la madre a crescere la figlioletta, la sua sorellina). Fra i tanti anche le madri con figli con disabilità si sono identificate nella canzone che è stata tradotta dalla Fondazione Isah nella Comunicazione aumentativa alternativa (CAA) per chi ha bisogni comunicativi complessi. Noi de “Il Cinema e i Diritti” la citiamo ai ragazzi nelle nostre conferenze sul bullismo giacché accenna anche al trauma («ci sono ferite che non se vanno nemmeno col tempo») e, come dice Mr Rain, «la musica per me è terapeutica».
Secondo il cantante chiedere aiuto oggi è eroico e i nostri supereroi del momento sono i nostri connazionali europei ucraini i quali non hanno paura di continuare a richiedere il nostro sostegno per l’autodifesa, soprattutto per bocca del loro leader morale Zelensky del quale ha letto un bel messaggio proprio al Festival il conduttore Amadeus (che anche per questa sua libera scelta, sgradita ai populisti filorussi Salvini e Berlusconi, verrà senz’altro punito dal governo di estrema destra che eserciterà il suo potere anche sulla TV di Stato). Spero che anche il presidente ucraino abbia commosso i cuori degl’italiani perché, come dice Mr Rain, «non si può combattere una guerra da soli».
lunedì 9 gennaio 2023
«Siamo un Pianeta Nomade»: una Mostra a Berlino
di LELE JANDON
Come dice il premiato storico tedesco Karl Schlögel, da sempre la Terra è un “Planet der Nomaden” (“un pianeta di nomadi”) per le più svariate ragioni. Ora che gli xenofobi sono al governo in Italia sarà istruttivo divulgare la storia raccontata nella Mostra “Wir sind hier. Turks in Germany” del fotografo di Istanbul Ergun Çağatay (1937 – 2018) che è stata prolungata sino al 10 aprile al “Museo delle culture europee”.
Dinanzi alla facciata del piccolo Museo (nel favoloso e verdissimo quartiere residenziale ed universitario di Dahlem Dorf che in origine, come suggerisce il nome stesso, era un villaggio, col tempo inglobato nella metropoli di Berlino), campeggia la bandiera ucraina, come davanti ad ogni Istituzione qui in Germania.
Figlio di un avvocato e senatore, dopo aver mollato gli studî di legge impostigli dal padre Çağatay (si legge Ciaatai) seguì il proprio demone della fotografia e divenne artista autodidatta documentando importanti Eventi (fra cui il primo trapianto di fegato, del 1963) e la guerra Iraq-Iran (1980 – ‘83) ma, dopo tanti luoghi caldi, il caso volle che un giorno del 1983 il nostro giramondo fosse fra i feriti dell’attacco dei terroristi marxisti-armeni ASALA contro lo sportello delle Turkish Airlines all’aeroporto parigino di Orly (finì in clinica come grande ustionato e per cinque anni si sottopose alle cure).
La selezione è solo un assaggio di 1110 su 3477 fotografie da lui scattate in cinque città tedesche fra cui Berlino nel 1990 (l’anno in cui venne inaugurata la primissima moschea ben visibile cioè dotata di minareto): il fotoreporter ci mostra varî scorci della vita (familiare, religiosa, comunitaria, lavorativa e politica, con le “Demonstrationen” per le strade per reclamare il diritto di restare) delle persone di origine turca residenti qui in Germania.
La galleria fotografica (che vedete sul mio Instagram) era stata riproposta l’anno scorso in occasione dei sessant’anni dallo storico accordo bilaterale fra la Germania federale (la cui capitale era Bonn) e la Turchia (1961 - 1973), firmato a causa dell’improvvisa erezione del Muro (ed il conseguente Stop all’incessante e crescente immigrazione di tedeschi dalla Seconda dittatura tedesca, la DDR). La Germania libera aveva quindi bisogno di manodopera e dava il benvenuto ai volenterosi che venivano qui come semplici “Gastarbeiter” (cosiddetti “lavoratori-ospiti”, impiegati nelle industrie e nelle miniere di carbone della Ruhr), senza le fatiche dei quali il miracolo tedesco del Dopoguerra non sarebbe stato possibile.
I figli di quei primi immigrati sono poi diventati nei decenni anche proprietari di piccole attività a gestione famigliare (frutta e verdura o quelli che riuniscono assieme una mini-edicola di quotidiani e la mini-posta) o gestiti da giovani (barbieri), guidatori (tassisti ed autisti di Uber) ed artisti.
Odiati dall’AfD (Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra, omologo di “Fratelli d’Italia” e “Lega”, tenuto alla larga da una “conventio ad excludendum” da parte dei partiti normali), i tedeschi di origine turca sono stati target di un attacco terroristico di estrema destra ad Hanau nel 2020 (11 persone uccise).
Il partito meglio rappresentativo, con più tedeschi di origine turca, che noi voteremo alle prossime elezioni cittadine del prossimo 12 febbraio, sono i Verdi: verde è il ministro dell’agricoltura Cem Özdemir (i cui genitori sono di etnia circassa), figlio di un Gastarbeiter.
sabato 24 dicembre 2022
Gli Angeli della Luce, Riflessione per Natale
di LELE JANDON
Da oltre dieci mesi i valorosi combattenti ucraini lottano e continuano a combattere. Tanti sono giovani padri di famiglia come quel babbo il cui figlioletto piange e protesta colpendogli l’elmetto coi suoi piccoli pugni perché non vuol lasciarlo andare. Anche il padre piange, prova a calmarlo offrendogli una merendina ma non serve a nulla: il bimbo vuole suo papà.
Già cento bambini e ragazzi ucraini sono rimasti uccisi dagli attacchi aerei. E così questi minori notoriamente bravissimi scolari e studenti) anziché star fuori a giocare costruendo pupazzi di neve, continuano a studiare a lume di candela. Alcuni restano traumatizzati come Sasha, il bambino di otto anni nella Gallery di cui ci racconta il quotidiano “La Stampa” di Torino, che ha smesso di parlare da quando sono iniziati i bombardamenti. Sul telefonino i bimbi hanno un’apposita app per l’allarme aereo: le lucette s’accendono e loro sanno dove rifugiarsi, in casa o nei metrò o nei rifugi di epoca sovietica. Fra un allarme e l’altro è stato comunque issato un albero di Natale in piazza Santa Sofia a Kyiv: il quotidiano milanese “Il Giorno” pubblica la foto della piazza del dicembre 2021 e quella di quest’anno per mostrare l’aria che tira. Come si vede, le giostre e i mercatini natalizi di questa bellissima capitale hanno lasciato spazio al vuoto e al buio. Già il regime stalinista provò a rovinare la sacralità del Natale instaurando la patetica “festa di fine anno” e il culto delle personalità sovietiche ma gli ucraini hanno saputo mantenere la loro cultura che stanno difendendo anche ora. Sarà un Natale buio domani: assieme al cocktail demoniaco di bombe, gelo e terrore (stupri e saccheggi), il buio (attraverso massicci attacchi con droni e missili alle infrastrutture energetiche) è l’arma di guerra di Putin per piegare l’Ucraina. L’altro giorno questo moderno Erode ha rovinato la festa di San Nicola (che reca i doni ai fanciulli come nelle parti d’Italia che facevano parte dell’Impero bizantino).
Come ha detto Zelensky, l’Ucraina è «una potenza spirituale» e mai come quest’anno la “Festa delle luci” (che dura sino a lunedì) assume un tale valore simbolico: come ha notato il leader dei rabbini ucraini Mayer Stambler accendendo la menorah alla presenza di una serie di ambasciatori ricordando la storia vera da cui ha origine la festa ebraica di Hannukah (una storia di lotta per l’indipendenza da una potenza colonizzatrice), «stiamo vivendo la stessa situazione, questa è una guerra fra l’oscurità e la luce».
Com’è noto, nella nostra Tradizione spirituale gli angeli sono luce. Nel disegno di quest’artista ucraina (Irina Kostyshina), che Antonello Ghezzi ed io abbiamo scelto per augurare comunque buon Natale ai nostri fratelli europei ucraini e a tutto il Pubblico affezionato de “Il Cinema e i Diritti”, vediamo dei veri angeli custodi: sono i vari soccorritori che a sirene spiegate volano a recare la luce laddove il mostro infanticida ha fatto calare le tenebre. Da Leopoli il pastore luterano ucraino Dmytro Tsolin, che è stato professore anche a Wittenberg e Gerusalemme, scrive su “Riforma”: «Vediamo anche Cristo in guerra: lo vediamo nelle manifestazioni di abnegazione umana, nella disponibilità ad aiutarsi a vicenda, nella disponibilità a dare la propria vita per gli altri. La guerra rivela il lato divino della natura umana non meno delle peggiori qualità. Vediamo la presenza di Dio nel coraggio dei nostri soldati, nell’aiuto e nel sostegno dei vostri Paesi e delle vostre comunità: senza non saremmo sopravvissuti. Grazie.»
Ma in giro c’è anche molto irrazionalismo e speriamo che il Natale rechi il lume della ragione a chi si è lasciato contagiare dai populismi (No-Vax, No-Armi) che diffondono menzogne così potenti da provocare quel fenomeno che Kierkegaard chiamava la “repressione della coscienza”. Dobbiamo pregare aiutando attivamente gli ucraini con le donazioni ed il sostegno delle armi e possiamo ragionevolmente sperare che Putin venga eliminato (e con lui la sua ideologia).
Il presidente ucraino, di religione ebraica come Gesù, ha definito il putinismo “male assoluto” e nel suo commovente discorso al Congresso americano pronunziato simbolicamente durante Hannukah, ha detto a proposito della nobile Nazione da lui guidata: «Fra pochi giorni è Natale. In Ucraina lo celebreremo anche a lume di candela, e non per romanticismo. Non abbiamo l’elettricità e molti non hanno l’acqua. Ma non ci lamentiamo. La luce della nostra fede illuminerà il Natale».
mercoledì 30 novembre 2022
L’Abbraccio di Hollywood agli Ucraini
di LELE JANDON
Sono tutte di grande prestigio le stelle che hanno dato il loro aperto appoggio all’Ucraina (trovate la Foto Gallery sul mio Instagram).
La rockstar ed attivista irlandese Bono (dopo aver dato alle stampe la sua commovente autobiografia “Surrender. 40 canzoni, una storia”) ha tenuto un concerto a sorpresa nel metrò Kreshchatik di Kyiv (dove da oltre 8 mesi si rifugiano per sfuggire ai bombardamenti gli abitanti della capitale) coinvolgendo i soldati nel canto di “Sunday, Bloody Sunday”, il suo capolavoro del 1983 contro l’odio fratricida. Con la poesia che caratterizza le sue canzoni il cantautore leader degli U2 interpreta così la guerra: «In questo momento il vostro presidente è al comando del mondo per la causa della libertà. Il popolo dell’Ucraina non sta combattendo solo per la propria libertà ma per tutti noi che amiamo la libertà». Giorni fa, intervistato alla RAI, il cantante ha fatto appello agl’italiani affinché continuino a dare aiuti all’Ucraina: «Gli ucraini credono nella libertà forse più di noi. Per me la libertà è tutto.»
Zelensky ha accordato udienza a due suoi colleghi attori, ebrei come lui, il Premio Emmy Ben Stiller (che gli ha detto: «Sei il mio Eroe!») e Sean Penn (che gli ha recato in dono uno dei suoi due Oscar). I due artisti sono stati per questo banditi dalla Federazione russa. Sean Penn ha origini proprio nell’Est Europa, è un “Litvak” cioè un ebreo lituano, come racconto nel docufilm “Lituania: il Coraggio di rinascere” di Antonello Ghezzi (www.ilcinemaeidiritti.it) e sta girando in Ucraina un documentario sulla guerra seguendo a piedi i profughi diretti in Polonia.
Ha ottenuto udienza dal presidente anche il Premio Oscar Jessica Chastain la quale, dopo l’ennesima eccellente performance (nel film di Netflix “The Good Nurse”, storia di un’eroica infermiera che denuncia un collega serial killer riuscendo a fargli confessare i suoi crimini) ha lodato il popolo ucraino «incredibilmente forte e coraggioso» e ha visitato i bambini ricoverati in un ospedale pediatrico. Per parte sua, la due volte Premio Oscar Angelina Jolie, attivista dei diritti dei fanciulli che come ambasciatrice dell’ONU per i Rifugiati dal 2012 ha già visitato quaranta aree di crisi nel mondo, è andata a trovare a Leopoli i bambini di un collegio sopravvissuti ad un attacco missilistico contro una Stazione ferroviaria.
Il divo della saga di “Guerre Stellari” Mark Hamill ha donato 500 droni ai soldati dell’Esercito ucraino «per proteggere la loro terra, la loro libertà e i valori dell’intero mondo democratico» contro «l’Impero del male» e il Premio Golden Globe Richard Gere, di fede buddhista e impegnatissimo attivista su molti fronti, ha espresso benissimo il punto della questione: «Ho letto dell’umiliazione dei soldati russi obbligati a commettere atrocità in Ucraina su persone che hanno sempre considerato sorelle, fratelli, cugini ed è un incredibile sconquasso anche della società russa, un’aberrazione commessa sul nostro pianeta. Pur essendo pacifista, credo che nel mondo relativo in cui viviamo ora dobbiamo difenderci ed aiutare l’Ucraina. Penso che NATO ed Unione europea siano le uniche Istituzioni che cerchino di applicare lo stato di diritto».
Il leader ucraino apprezza il sostegno di questi illustri supporter: «Per noi queste visite di personaggi famosi sono estremamente preziose. Grazie a questo, il mondo sentirà, conoscerà e capirà ancora di più la verità su ciò che sta accadendo nel nostro Paese».
Lele Jandon
Fondatore de “Il Cinema e i Diritti”
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