giovedì 1 ottobre 2026

Autopsia di un Rospo al Wannsee e Storie Vere di Rospi Vivi finiti nell'insalata!


                                                            di LELE JANDON

Guardate questo bel rospo giovanissimo che ho trovato stecchito in riva al Wannsee qui a Berlino: non è carino come un pupazzetto? Osservate che belle zampette che paiono manine! 

Purtroppo, per via della sua pelle rugosa (che istintivamente ci ricorda alcune malattie dermatologiche umane), in italiano è diventato sinonimo di “brutto” ed anche in tedesco la parola “rospo” (Kröte) è una metafora negativa: vuol dire “antipatica bisbetica” (“blöde Kröte”, “brutta strega”). 

E ci mancava pure la chiesa cattolica che, fermando la ricerca di scienze naturali iniziata dal curiosissimo Aristotele proprio sporcandosi le mani direttamente in stagni e paludi, ha aggiunto il povero rospo al suo barbaro bestiario medievale inventandosi un’associazione con le “streghe” ed il diavolo. 

La parola con cui gli antichi germani pagani battezzarono un altro animaletto che invece resta sempre amato, la tartaruga, è “rospo con lo scudo” (Schildkröte)!

Ed in effetti un po' d’affinità fra i due vertebrati c’è. In primis, sono ambedue vertebrati tetrapodi: possiedono uno scheletro interno con una colonna vertebrale e quattro arti. Poi, sono animali a sangue freddo, ectodermi: la loro temperatura è dipendente dall’esterno, ecco perché trascorrono il tempo a scaldarsi al sole o a cercare l’ombra. Inoltre, sono tutt’e due ovipari cioè si riproducono deponendo le uova.

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Studiamo dunque da vicino il rospo che ho trovato stecchito a pochi centimetri dalla riva del lago.

Si tratta senz’altro di un rospo comune, il cui nome scientifico (latino, dato dal naturalista svedese Linneo nel Settecento) è “Bufo bufo”.

Mentre la rana è snella, ha la pelle liscia e le zampe lunghe e slanciate (adatte ad effettuare grandi salti), il rospo ha le zampettine corte, la pelle ruvida (ricoperta di protuberanze comunemente chiamate “verruche”) e il corpo tarchiato e schiacciato.

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Ma com’è crepato? 

L’ho estratto dall’acqua e l’ho adagiato il corpo sulla sabbia sia a pancia in su che a pancia in giù.

A questo punto, siamo pronti per l’esame autoptico del nostro rospo comune.

L’animaletto presenta una grave lesione o escoriazione sulla zampetta anteriore destra, inoltre gli manca un pezzettino di testolina: possiamo presumere che questa morte sia opera di corvi e cornacchie oppure di un uccello acquatico come un gabbiano. 

I rospi hanno le loro difese.

Innanzitutto, grazie alla loro colorazione criptica si confondono fra le foglie secche, la sabbia e il fango.

Nel caso sentano dei rumori di pericolo, sanno restare perfettamente immobili. 

E se si vedono sorpresi da un potenziale predatore, questi anfibi mettono in atto una “mise en scène”: inalano aria nei polmoni sino a diventare dei “palloni gonfiati”! Uno show per apparire ben più grandi e grossi ed intimorire il nemico il quale penserà che sono troppo grandi per venire inghiottiti e desisterà. 

Inoltre, se vengono azzannati, all’istante secernono le terribili bufotossine che disgustano e bruciano le mucose della bocca e degli occhi del predatore: un cane o una volpe che lo morde, lo sputerà subito, a meno che si tratti di alcuni serpentelli, come la (per noi innocua) “biscia dal collare”, che sono immuni al loro veleno.

Ma, nonostante tutto ciò, esiste (come ritengo sia in questo caso) un predatore che ha spesso la meglio: i corvidi che sono abbastanza intelligenti da aggirare la pellaccia tossica dei rospi, li girano sul dorso per beccargli la pancia dove la pelle è priva di ghiandole velenose, e giù a colpirgli selettivamente il fegato e gli organi vitali. Infatti, come vedete, l’ho trovato galleggiante in acqua a pancia in su.  In questo caso, se l’uccello è stato disturbato nel corso dell’operazione “chirurgica”, può aver lasciato cadere la preda in acqua, dove l’ho trovato.

Forse l’hanno predato vicino al Lago, dove si trovano vari boschi fra cui il Grunewald, dal momento che, nel periodo in cui io l’ho trovato, i rospi se ne stanno lì e s’idratano raccogliendo l’umidità dal terreno del sottobosco, dalla rugiada notturna.

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Colgo l’occasione per raccontarVi due storie vere di rospi trovati…nella busta dell’insalata!

La prima storia viene proprio dalla Germania.

Nel novembre 2015 a Weißenburg, cittadina di 19 mila abitanti in Baviera, una signora torna a casa dalla spesa al supermercato. In cucina apre per la cena la confezione di “Feldsalat” (una varietà d’insalata con tenere foglioline disposte a rosetta dal sapore dolce e nocciolato chiamata “valerianella”). Sorpresa: la guardano due occhietti di un esserino inatteso, un infreddolito rospicino «grande quanto l’unghia di un pollice». Per la precisione, un “Geburtshelferkröte”, un rospo “ostetrico” (letteralmente in tedesco “che aiuta a nascere”) il quale ha la particolarità di essere un babbo amorevole che si prende cura delle uova (attorcigliandole sulle zampe!) sinché i girini sono formati e allora li porta in una pozza per farli nascere. Si tratta di un francesino giacché quel sacchetto d’insalata proveniva da Nantes. 

E così, per soli 69 centesimi, la donna s’è ritrovata un dolcissimo animaletto da salvare dal freddo invernale: per fortuna è giunta direttamente a casa perché fuori c’erano -15°C e il rospo sarebbe potuto crepare assiderato!

La signora decide di tenere il rospetto con sé, denunciarlo e così richiederlo formalmente in adozione, questa è la procedura tedesca.

Lei, il marito e i figli gli han costruito un curatissimo terrario con le temperature corrette, fresche e temperate, pieno di piantine e dotato di una piscinetta. Da mangiare gli danno lombrichi e insettini. E se in natura l’aspettativa di vita è di dieci-quindici anni, il rospo trovatello convive con questa famiglia già da ben undici anni.

Il rospo resta piccolissimo: cresce sino a 3,5- 5,5 centimetri. 

Un rospo ostetrico con le uova.

Potrebbe capitare anche a Voialtri di ritrovarVi un rospo fischiettante se avete un bel giardino senza pesticidi: l’animale può restare per oltre dieci anni sotto lo stesso vaso o gradino!

Come la signora bavarese, è stata brava anche la signora di Monza, la mia Città, che nel maggio scorso ha trovato pure lei un rospo vivo nella busta dell’insalata presa al banco refrigerato del supermercato.

Per l’esattezza, si trattava di un "rospo smeraldino" che è una specie di rospo la cui pelle, che pare una divisa da soldato, presenta macchie verde-smeraldo, cangianti a seconda della temperatura e dello stato di stress, infatti in tedesco si chiama “Wechselkröte” (“rospo mutevole”). 

Per di più, questo tipo di rospo ha la particolarità di emettere un canto nuziale simile al frinire di un grillo!

Ebbene, la sciura monzese l’ha adagiato come meglio poteva in quel momento: in un contenitore di plastica coperto da una retìna lasciando sul fondo uno strato d’acqua per tenerlo idratato (dovete sapere che quest’anfibio respira perlopiù tramite la pelle). Corretto: se Vi capitasse, abbiate cura di mettergli a disposizione della terra umidiccia, dello Scottex bagnato od un panno umido ben strizzato (se c’è troppa acqua rischia d’annegare perché non ha le branchie come i pesci o i girini e se non trova un appiglio per riposare dal nuoto finirà stremato!).

Un rospo smeraldino.

Le guardie ecologiche volontarie monzesi l’han portato nello stagno del grande Parco di Monza, un Luogo che consiglio a tutti di visitare proprio per la sua ricca biodiversità.

Come può finire un rospo nell’insalata?

Nelle grandi industrie agricole, per preservarne la (relativa) freschezza, questa verdura viene raccolta dalle macchine (che tagliano ed aspirano le foglie come robot) di notte: i rospi sono creature notturne e quando odono il rumore dei macchinari adottano la loro tecnica di autodifesa e cioè (Vi ricordate?) sono capacissimi di restarsene perfettamente immobili.

Così capita che vengano tirati su assieme alle foglie!

Dopodiché, quando le verdure son passate al vaglio dei laser, un rospo, per via del suo mimetismo, può superare i controlli. Quando, poi, passano al lavaggio industriale, i rospi sopravvivono a questa “doccetta” perché è un processo veloce (ragion per cui, peraltro, a casa dobbiamo lavare pazientemente ed accuratamente a lungo la verdura!). Sia questa “doccia fredda” sia la conservazione gli causano però un torpore, una “brumazione” (il letargo degli animali a sangue freddo i quali non possono regolarsi da sé la temperatura): così il rospo s’immobilizza di nuovo e continua a restare perfettamente invisibile come un fantasma! Una volta portata a casa la busta, a temperatura ambiente, ecco che il metabolismo dell’animaletto si riattiva e ci si possono presentare davanti i suoi occhietti! 

                                                                                                                                                © Lele Jandon

martedì 10 marzo 2026

«Salviamo INSIEME la Nostra Civiltà: correggiamo i Folli Errori (Esternalizzazioni e deindustrializzazione) e rafforziamo la Nostra Alleanza ed Amicizia»

                                                          di MARCO RUBIO

 

Abbiamo tradotto lo storico Discorso del Segretario di Stato
americano alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.
«Ci riuniamo qui oggi come Membri di un’Alleanza storica, un’Alleanza che ha salvato e cambiato il mondo. Quando questa Conferenza [di Monaco sulla sicurezza] ebbe inizio nel 1963, si teneva in una Nazione - in realtà, un continente - divisa contro sé stessa. Il confine [line] fra comunismo e libertà attraversava il cuore della Germania.

Le prime recinzioni di filo spinato del Muro di Berlino erano state erette solo due anni prima.

E solo pochi mesi prima di quella prima Conferenza, prima che i nostri predecessori si riunissero qui a Monaco, la Crisi dei Missili di Cuba aveva portato il mondo sull'orlo della distruzione nucleare. 

Anche se la Seconda guerra mondiale era un ricordo ancora bruciante negli americani ed europei, eravamo sull’orlo di una Catastrofe con la possibilità di una distruzione di tipo nuovo, più apocalittica [apocalyptic] e definitiva [final] di qualsiasi cosa vista prima nella Storia dell’umanità.

La prima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco
di Baviera si tenne nel 1963: da due anni c'era il Muro.

All’epoca di quel primo appuntamento, il comunismo sovietico era in marcia [on the march]. 

Migliaia di anni di civiltà occidentale erano in bilico. 

A quel tempo, la vittoria [del nostro mondo libero] era tutt'altro che certa. 

Ma eravamo guidati da uno scopo comune. Eravamo uniti non solo da ciò CONTRO cui combattevamo; eravamo uniti da ciò PER CUI combattevamo.

E insieme [TOGETHER] Europa ed America prevalsero e un continente fu ricostruito. 

I nostri Popoli prosperarono. 

I blocchi Est e Ovest si riunirono. 

Una civiltà fu resa di nuovo intiera.

Quell’ignobile [infamous] Muro che aveva diviso questa Nazione in due crollò, e con esso un impero malvagio [evil empire], e Est e Ovest ridivennero UNO.

Ma l’euforia per questo trionfo [del mondo libero sul comunismo] ci portò ad un’illusione pericolosa [delusion]: che fossimo entrati, cito, “nella Fine della Storia” [dall’omonimo libro del 1992 del filosofo fallito Fukuyama]; che ogni Nazione sarebbe ora diventata una democrazia liberale; che i legámi formati dal commercio da soli avrebbero sostituito la nazionalità [nationhood]; che l'ordine globale basato sulle regole -un termine abusato- avrebbe sostituito l’interesse nazionale; e che avremmo vissuto in un mondo senza confini dove tutti sarebbero diventati cittadini del mondo.

Questa era un’idea folle [foolish idea] che ignorava sia la natura umana sia le lezioni di oltre cinquemila anni di Storia umana documentata [recorded]. E ci è costata cara.

Con quest’illusione [delusion] abbiamo abbracciato una visione dogmatica del commercio libero e senza restrizioni,

PERSINO mentre alcune Nazioni proteggevano le loro economie e sovvenzionavano le loro aziende per indebolire sistematicamente le nostre, chiudendo le nostre fabbriche, subendo la deindustrializzazione di grandi parti delle nostre società, spedendo milioni di posti di lavoro della classe operaia e della classe media all'estero [overseas] e consegnando sia ad avversari che a rivali il controllo delle nostre catene di fornitura critiche.

Abbiamo sempre più esternalizzato la nostra sovranità [sovereignty] ad Istituzioni internazionali, mentre molte Nazioni investivano in enormi stati assistenziali [Welfare States] a scapito del mantenimento della capacità di difendersi.

Tutto ciò PERSINO mentre altri Paesi hanno investito nella più rapida accumulazione militare di tutta la Storia umana e non hanno esitato a usare l’hard power [forza di pressione] per perseguire i propri interessi.

Per soddisfare [appease] un Culto del Clima [Climate Cult] abbiamo imposto a noi stessi politiche energetiche che stanno impoverendo i nostri Popoli, PERSINO mentre i nostri concorrenti sfruttano petrolio, carbone, gas naturale e qualsiasi altra cosa non solo per alimentare le loro economie, ma per usarla come leva [leverage] contro le nostre.

E nella ricerca di un mondo senza confini, abbiamo aperto le nostre porte a un'ondata senza precedenti di Migrazione di Massa [Mass Migration] che minaccia la coesione [cohesion] delle nostre società, la continuità della nostra cultura ed il futuro dei nostri Popoli. 

Abbiamo commesso questi errori insieme [TOGETHER] e ora, insieme [TOGETHER], abbiamo il dovere nei confronti del nostro Popolo di affrontare la realtà [to face those facts] andare avanti e ricostruire.

Sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti d'America assumeranno di nuovo il còmpito del rinnovamento [renewal] e della ricostruzione [restoration], guidati da una visione di un futuro orgoglioso, di sovranità [sovereign] e vitale [vital] come il passato della nostra civiltà. 

E sebbene siamo preparati, se necessario, a farlo da soli, la nostra preferenza e la nostra speranza è di farlo insieme a Voi, i nostri Amici, qui in Europa.

Perché noi, gli Stati Uniti e l'Europa, SIAMO FATTI PER STARE INSIEME [we belong TOGETHER]. 

L'America fu fondata 250 anni fa [quest’anno si celebra il 250° anniversario dalla firma della Dichiarazione d’indipendenza] ma le radici iniziarono qui su questo continente ben prima. 

Gli uomini che colonizzarono e costruirono la mia Nazione natale arrivarono sulle nostre coste recando i ricordi, le Tradizioni e la fede cristiana dei loro antenati come un’eredità [heritage] sacra, un legame infrangibile [unbreakable link] tra il Vecchio mondo ed il Nuovo.

Siamo parte di una civiltà, la civiltà occidentale. Siamo legati [bound] l’uno all’altro dai legami [bonds] più profondi che le Nazioni possano condividere, forgiati [forged] da secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, eredità [heritage], lingua, ascendenza e i sacrifici che i nostri Antenati hanno fatto insieme [TOGETHER] per la civiltà comune di cui siamo eredi.

Ecco perché noialtri americani possiamo a volte sembrare un pò bruschi, diretti ed incalzanti [direct and urgent] nei nostri consigli [counsel]. 

È per questo che il Presidente Trump richiede serietà [seriousness] e reciprocità [reciprocity] dai nostri Amici qui in Europa. 

La ragione, Amici miei, è perché ci teniamo profondamente [we care deeply]. Teniamo profondamente al Vostro futuro ed al nostro. E se a volte non ci troviamo concordi, ebbene i nostri disaccordi derivano dal nostro profondo senso di preoccupazione per un'Europa con cui siamo connessi [connected] - non solo economicamente, non solo militarmente. Siamo connessi da un punto di vista spirituale e culturale. Vogliamo che l'Europa sia forte [We Want Europe to be strong].

Crediamo che l'Europa debba sopravvivere [survive] perché le due grandi guerre del secolo scorso ci servono da costante promemoria [constant reminder] della Storia che, in ultima analisi, il nostro destino [destiny] è e sarà sempre intrecciato con il Vostro, perché sappiamo che per noialtri il destino dell'Europa non sarà mai irrilevante [irrelevant].

La sicurezza nazionale, di cui questa Conferenza perlopiù si occupa, non è solo una serie di questioni tecniche su quanto spendiamo per la Difesa o dove e come la dispieghiamo. 

Queste sono Questioni importanti, certo. Ma non quella fondamentale. 

La domanda fondamentale che dobbiamo porci in primis è cosa stiamo esattamente difendendo, perché gli eserciti non combattono per astrazioni [abstractions]. 

Gli eserciti combattono per un Popolo, gli eserciti combattono per una Nazione. Gli eserciti combattono per uno stile di vita [way of life]. Ed è questo ciò che stiamo difendendo: una grande civiltà che ha ogni ragione per essere orgogliosa della sua storia, fiduciosa [confident] nel suo futuro e mira a essere sempre padrona [master] del proprio destino economico e politico [destiny].

Fu qui, in Europa, che nacquero le idee che piantarono i semi della libertà [Liberty] che cambiarono il mondo. Fu qui, in Europa, che il mondo ricevette il Rule of Law [lo Stato di diritto di tipo anglosassone], le università e la rivoluzione scientifica. Fu questo continente a produrre il genio di Mozart e Beethoven, di Dante e Shakespeare, di Michelangelo e Da Vinci e…dei Beatles e dei Rolling Stones [risate in Sala]! E questo è il luogo dove i soffitti a volta della Cappella Sistina e le torri svettanti della grande Cattedrale di Colonia testimoniano non solo della grandezza del nostro passato o di una fede in Dio che ispirò queste meraviglie [marvels]. Esse prefigurano le meraviglie [wonders] che ci attendono nel nostro futuro. Ma solo se non ci vergogneremo [we are unapologetic] della nostra eredità [heritage] e saremo orgogliosi di questa eredità comune possiamo iniziare insieme [TOGETHER] il lavoro per immaginare e plasmare il nostro futuro economico e politico.

La deindustrializzazione [deindustrialization] non era inevitabile [inevitable].

Fu una scelta politica consapevole [conscious policy choice], un’impresa economica decennale che ha privato le nostre Nazioni della loro ricchezza, della loro capacità produttiva e della loro indipendenza [independence].

E la perdita della sovranità delle nostre catene di fornitura non è stata funzionale ad un sistema prospero [prosperous] e sano di commercio globale. È stata una follia [foolish]. È stata una trasformazione folle [foolish] ma volontaria della nostra economia che ci ha lasciati dipendenti [dependent] dagli altri per i nostri bisogni e pericolosamente vulnerabili [vulnerable] alle crisi.

La migrazione di massa non è, non era, non è una preoccupazione di trascurabile impatto [of little consequence]. È stata e continua ad essere una Crisi che sta trasformando e destabilizzando le società in tutto l’Occidente. 

Insieme [TOGETHER] noi possiamo reindustrializzare [reindustrialize] le nostre economie e ricostruire la nostra capacità di difendere i nostri Popoli.  

Ma il lavoro di questa nuova Alleanza non dovrebbe concentrarsi solo sulla cooperazione militare e sul recupero delle industrie del passato. Dovrebbe anche concentrarsi, al contempo, sulla promozione dei nostri interessi reciproci e sull’apertura di nuove frontiere, liberando la nostra ingegnosità ed inventiva [ingenuity], la nostra creatività e lo spirito dinamico per costruire un Nuovo Secolo Occidentale. 

Viaggi spaziali commerciali e intelligenza artificiale all'avanguardia; automazione industriale e produzione flessibile; creazione di una catena occidentale di fornitura per minerali critici [come le terre rare] che non sia vulnerabile al ricatto [vulnerable to extortion] da parte di altre potenze; e uno sforzo unificato per competere per quote di mercato nelle economie del Sud globale. Insieme [TOGETHER] possiamo non solo riprendere il controllo delle nostre industrie e catene di fornitura - possiamo prosperare nelle aree che definiranno il Ventunesimo secolo.

Ma dobbiamo anche riguadagnare il controllo dei nostri confini nazionali. Controllare chi e quante persone entrano nei nostri Paesi, questo non è espressione di xenofobia. Non è odio. È un atto fondamentale di sovranità nazionale [sovereignty]. E il fallimento nel farlo non è solo un'abdicazione di uno dei nostri doveri più basilari verso i nostri Popoli. È una minaccia urgente al tessuto [fabric] delle nostre società e alla sopravvivenza della nostra stessa civiltà.

E infine, non possiamo più porre il cosiddetto ordine globale al di sopra degli interessi vitali dei nostri Popoli e delle nostre Nazioni.

Non dobbiamo abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato né smantellare le Istituzioni globali dell'antico ordine che insieme [TOGETHER] abbiamo costruito. Ma debbono essere riformate. Devono essere ricostruite. Ad esempio l’ONU ha ancora un enorme potenziale per essere uno strumento di bene nel mondo [come ha nei giorni successivi ribadito il presidente Trump in occasione dell’innovativo Board of Peace, organismo internazionale da lui stesso creato]. Ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni più urgenti [pressing matters] che ci vengono poste dinanzi, l’ONU non ha risposte né ha giuocato praticamente alcun ruolo. 

[L’ONU] non ha potuto risolvere la Guerra a Gaza. 

Invece è stata la leadership americana a liberare gli Ostaggi dai barbari [barbarians] e a portare ad una fragile tregua. 

[L’ONU] non ha risolto la guerra in Ucraina. 

Ci è voluta la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi che sono qui oggi a portare le due parti al tavolo in cerca di una pace ancora elusiva [elusive].

[L’ONU] è stata impotente [powerless] a contenere il programma nucleare degli estremisti [radical] clericali sciiti a Teheran. Ciò ha richiesto quattordici bombe lanciate con precisione dai bombardieri americani B-2. 

Né [l’ONU] è stata in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza da parte di un dittatore narcoterrorista in Venezuela. 

Invece ci sono volute le Forze Speciali americane per consegnare questo latitante [fugitive] alla giustizia. 

In un mondo perfetto, tutti questi problemi e altri ancora sarebbero risolti dalla diplomazia e da risoluzioni dai toni forti. 

Ma noi non viviamo in un mondo perfetto, e non possiamo continuare a permettere a coloro che sfacciatamente [blatantly] minacciano i nostri cittadini e mettono in pericolo la nostra stabilità globale di pararsi [shield] dietro alle astrazioni del diritto internazionale che essi stessi violano abitualmente [routinely].

 

Questa è la Via [path] che il Presidente Trump e gli Stati Uniti hanno intrapreso. E la Via alla quale chiediamo a Voi, qui in Europa, di unirvi. È una Via che abbiamo percorso insieme [TOGETHER] prima e speriamo di ripercorrere insieme [TOGETHER].

Per cinque secoli, prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente s’era espanso: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano attraverso il globo.

Ma nel 1945, per la prima volta dall'era di Colombo, si stava restringendo [contracting]. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una Cortina di Ferro e sembrava che la restante parte avrebbe presto seguito la stessa sorte.

I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino terminale [terminal decline], accelerato da rivoluzioni comuniste senzadio e da sommosse anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e coperto vaste porzioni della mappa con il drappo della falce e il martello negli anni a venire.

Allora come ora, molti giunsero a credere che l’èra di prevalenza [dominion] dell’Occidente fosse giunta al termine e che il nostro futuro fosse destinato a essere una fiacca, flebile eco [faint and feeble echo] del nostro passato.

Ma insieme [TOGETHER] i nostri predecessori riconobbero che il declino era una scelta, una scelta che si rifiutarono di compiere. Questo è ciò che facemmo insieme [TOGETHER] una volta, e questo è ciò che il Presidente Trump e gli Stati Uniti vogliono fare di nuovo ora insieme [TOGETHER] a Voi.

E questo perché noialtri non vogliamo che i nostri Alleati siano deboli, perché ciò rende anche noialtri più deboli. Vogliamo Alleati che possano difendersi affinché nessun avversario sia mai tentato di testare la nostra Forza collettiva. Perché noi non vogliamo che i nostri Alleati siano incatenati dal senso di colpa e dalla vergogna. Vogliamo Alleati orgogliosi della loro cultura e della loro eredità [heritage], che capiscano che siamo eredi della stessa grande e nobile [noble] civiltà e che siano disposti e capaci di difenderla insieme [TOGETHER] a noi.

E questo perché non vogliamo che gli Alleati razionalizzino questo statu quo che s’è spezzato [broken status quo] anziché fare i conti con ciò che è necessario per ripararlo, perché noialtri in America non abbiamo interesse a fare i beneducati guardiani [polite and ordered caretakers] del declino controllato [managed decline] dell'Occidente. Noi non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare [revitalize] un’Antica Amicizia e rinnovare la più grande civiltà nella Storia umana. Ciò che vogliamo è un’Alleanza rafforzata [reinvigorated] che riconosca che ciò che ha afflitto le nostre società non è solo un insieme di cattive politiche ma un malessere [malaise] di disperazione [hopelessness] e indifferenza [complacency]. L’Alleanza che vogliamo è una che non è paralizzata nell'inazione [inaction] dalla paura: paura del cambiamento climatico, paura della guerra, paura della tecnologia. Invece, vogliamo un’Alleanza che si lanci con coraggio verso il futuro. E l’unica paura che abbiamo è la paura della vergogna di non lasciare le nostre Nazioni più orgogliose, più forti e più ricche per i nostri figli.

Un’Alleanza pronta a difendere i nostri Popoli, a salvaguardare i nostri interessi e a preservare la libertà d’azione che ci permette di plasmare il nostro destino, non un'Alleanza che esiste per gestire uno Stato assistenziale globale [global Welfare State] ed espiare i presunti peccati delle generazioni passate.

Un’Alleanza che non permetta che il suo potere sia esternalizzato, vincolato o subordinato a sistemi al di fuori del suo controllo; una che non dipenda dagli altri per le necessità critiche della sua vita nazionale; e una che non mantenga la pretesa educata [polite pretense] che il nostro stile di vita [way of life] sia solo uno tra tanti e che chieda il permesso prima di agire. E soprattutto, un’Alleanza basata sul riconoscimento [recognition] che ciò che noi, l’Occidente [We, the West] abbiamo ereditato insieme [TOGETHER] è qualcosa di unico [unique], ben distinto [distinctive] e di insostituibile [irreplaceable] perché questo, dopotutto, è il fondamento [foundation] stesso del legame transatlantico.

Agendo insieme [TOGETHER] in questo modo non solo aiuteremo a recuperare [recover] una politica estera equilibrata [sane]. Essa ci restituirà [restore] un più chiaro senso di noi stessi. Riporterà un posto nel mondo, e così facendo, rimprovererà e dissuaderà [deter, da cui la parola “deterrent”] le forze di cancellazione [erasure] che oggi minacciano sia l'America che l'Europa.

Quindi in un’epoca di titoli di giornali che annunciano “la fine dell'èra transatlantica”, sia noto e chiaro a tutti che questo non è né il nostro obiettivo [goal] né il nostro desiderio perché per noi Americani casa [home] nostra sarà anche l’emisfero occidentale ma saremo pur sempre figli dell’Europa [a child of Europe].

La nostra Storia iniziò con un esploratore italiano la cui avventura nel grande ignoto per scoprire un nuovo mondo portò il cristianesimo nelle Americhe e divenne la leggenda che definì l'immaginazione della nostra Nazione pioniera.

Le nostre prime Colonie furono costruite da coloni inglesi ai quali dobbiamo non solo la lingua che parliamo ma l'intero nostro sistema politico e legale. 

Le nostre frontiere furono modellate da irlandesi di origine scozzese, quel clan orgoglioso e robusto dalle colline dell'Ulster che ci diede Davy Crockett, Mark Twain, Teddy Roosevelt e Neil Armstrong.

Il nostro grande cuore del Midwest fu costruito da contadini e artigiani tedeschi che trasformarono praterie vuote in una potenza [powerhouse] agricola globale.  E, a proposito, hanno fatto fare un notevole salto di qualità alla birra americana [risate dal Pubblico in Sala]. 

La nostra espansione seguì le orme dei commercianti di pellicce francesi, i cui nomi adornano ancora strade e nomi di città in tutta la Valle del Mississippi.

I nostri cavalli, i nostri ranch, i nostri rodei, tutto il romanticismo degli archetipi da cowboys che divennero sinonimo dell'Ovest americano nacquero in Spagna.

La nostra città più grande e magnifica si chiamava “Nuova Amsterdam” prima di essere rinominata Nuova York.

E nell'anno in cui il mio Paese fu fondato, Lorenzo e Catalina Geroldi [gli antenati del Segretario Rubio] vivevano a Casale Monferrato nel Regno di Piemonte e Sardegna. E José e Manuela Reina vivevano a Siviglia, in Spagna. Non ho idea se sapessero qualcosa delle tredici Colonie che conquistarono l'indipendenza dall'Impero britannico, ma ecco di cosa sono sicuro: non potevano mai immaginare che duecentocinquant’anni dopo, uno dei loro discendenti diretti avrebbe parlato qui come capo diplomatico [chief diplomat] di quella Nazione appena nata [infant nation]. E quindi eccomi qui, come promemoria che la mia storia e le nostre storie e destini saranno sempre legati [linked].

Assieme [TOGETHER] abbiamo ricostruito un continente frammentato dopo due guerre mondiali. Quando fummo di nuovo divisi dalla “Cortina di Ferro”, l'Occidente libero tese la mano a coraggiosi dissidenti che combattevano la tirannia nell'Est per sconfiggere il comunismo sovietico. Ci siamo combattuti, riconciliati, combattuti di nuovo, riconciliati di nuovo. E abbiamo sanguinato e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia, da Kapyong a Kandahar.

E sono qui oggi per mettere in chiaro che l'America sta tracciando la strada per un nuovo Secolo di prosperità e che ancora una volta vogliamo farlo insieme a Voi [TOGETHER WITH YOU], nostri preziosi [cherished] Alleati e nostri vecchi Amici. 

Vogliamo farlo insieme a Voi [TOGETHER WITH YOU], con un'Europa orgogliosa della sua eredità [heritage] e della sua storia; con un'Europa che ha lo spirito creativo della libertà che ha mandato le navi in ​​mari inesplorati e ha dato vita alla nostra civiltà; con un'Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere [the will to survive]. Dovremmo essere orgogliosi di ciò che abbiamo realizzato insieme [TOGETHER] nel secolo scorso, ma ora dobbiamo affrontare e cogliere [embrace] le opportunità di un nuovo secolo, perché il passato è passato, il futuro è inevitabile e il nostro destino ci attende assieme [TOGETHER]».

 

MARCO RUBIO

Segretario di Stato americano

 

(traduzione dall’inglese di Lele Jandon)

mercoledì 31 dicembre 2025

Gli Eroi Ebrei di Hannukah: dall’antica Gerusalemme alla Strage Sulla Spiaggia di Sydney

di LELE JANDON
Sono state commoventi le accensioni della prima luce dell’Hannukiah, la speciale Menorah a nove bracci della festività di Hannukah, in piazza Cadorna e in piazza San Carlo a Milano. Sono seguiti musiche, balli e degustazione dei sufganiot, i bomboloni fritti nell’olio. Questa stupenda ed importantissima Festa ebraica ricorda un ben preciso Evento storico narrato nei due libri biblici dei Maccabei: appunto, la Rivolta dei Maccabei. Come raccontano gli storici Polibio ed Appiano d’Alessandria, dopo la morte d’Alessandro (323 p.e.v.), le terre d’Israele (Galilea, Giudea e Samaria, terre che solo nel 135 l’imperatore antisemita Adriano rinominerà ufficialmente “Syria Palaestina”) fu data (insieme a terre vicine della Fenicia chiamate insieme “Celesiria”) alla dinastia macedone-egizia tolemaica dei Lagidi. I Lagidi vennero sconfitti nel 198 p.e.v. dai re greci della Siria, i Seleucidi di Antioco III, anche loro discendenti dei generali e della soldataglia del Macedone. Quindi gli ebrei si ritrovarono sotto ai seleudici.
Nel 175 p.e.v., erano sottomessi al tiranno seleucide Antioco IV Epifane, soprannominato “Antioco il Folle”: un pazzo megalomane che pretendeva di essere adorato come uno degli dèi greci. Oltre al culto di sé stesso quel satrapo ellenistico pretese di collocare statue di dèi pagani nel Tempio ebraico di Gerusalemme, vietò la circoncisione, il cibo kosher, lo Shabbat (il Sabato ebraico di unione con il Creatore) nonché lo studio della Torah e l’educazione ebraica: con quest’ “ellenizzazione forzata” essere ebrei era fuorilegge, pena la morte! Ma nel 170 p.e.v. un nobile sacerdote ebreo zelota della famiglia degli Asmonei, Mattatia l’Asmoneo, si ribellò insieme ai suoi cinque figli che dettero vita alla dinastia: Giuda Maccabeo, Gionata, Simone, Eleazar e Giovanni. Il capostipite fu il leader della guerriglia di un gruppo di Eroi Ebrei contro la soldataglia del sedicente dio pagáno. Quando il nostro eroe morì in battaglia nel 167 fu suo figlio Giuda (Yehuda, poi detto “Giuda Maccabeo”) a proseguire l’opera di Liberazione nazionale riunendo con la sua saggia leadership le varie fazioni del popolo ebraico: ancorché male armato, il giovane Eroe Ebreo riuscì in due storiche battaglie a sconfiggere l’esercito del governatore della regione uccidendolo ma morendo anch’egli in battaglia.
Morto lui, la rivolta proseguì vittoriosamente sotto la guida di suo fratello Simone Asmoneo, che divenne così governatore e sommo sacerdote: nel 164 il Tempio profanato fu liberato, riconsacrato e ridedicato ad Hashem (D-o) e i siriaci revocarono l’editto antisemita, riconoscendo con dei trattati il controllo militare e politico da parte degli ebrei asmonei e la libertà religiosa agli ebrei che potevano così tornare alla pratica della circoncisione, del Sabato Sacro e del cibo kasher. Lo spirito di resistenza di Hannukah torna di scottante attualità dinanzi al gestaccio del neosindaco di Nuova York il quale ha dato ragione alla folla di manifestanti antisemiti che ha disturbato le funzioni di Shabbat in una sinagoga, violando così la libertà religiosa. Ne parliamo domenica 25 gennaio 2026 a “Il Cinema e i Diritti” per la Giornata della Memoria con ricchissimi approfondimenti. Veniamo ora alla spiegazione dei simboli della Festa. Quando gli Eroi ebrei liberatori, dopo sette anni di battaglie, ripresero finalmente possesso del proprio Tempio sacro, si parò dinanzi a loro un’orribile scena: si era spenta la luce ininterrotta della Menorah. Il candelabro a sette bracci veniva acceso ogni singolo giorno come parte centrale del Tabernacolo (la Mishkan, la tenda sacra smontabile e trasportabile collocata al centro dell’accampamento) che aveva accompagnato gli antenati nel loro avventuroso, epico Esodo dall’Egitto al seguito del leader Mosé sino alla loro sistemazione nella Terra d’Israele. Quel lume dorato, il più antico simbolo dell’ebraismo, aveva sempre illuminato il Tempio che ora urgeva illuminare, riconsacrare e ridedicare al Signore.
Allora (come spiega il rabbino americano Chaim Potok, 1929 – 2002) i partigiani ebrei «utilizzarono probabilmente come candelabro le estremità delle loro lance» (“Storia degli ebrei”, 1978, Garzanti, Milano 2003, mia edizione 2007, pag. 254) e (come narra la leggenda sacra riferita dal Trattato “Shabbat” 21b del Talmud babilonese) per illuminare questo candelabro improvvisato usarono l’unica boccetta d’olio che rinvennero intatta: sarebbe bastata, verosimilmente, solo per una notte ma durò miracolosamente sinché, dopo otto giorni di suspence, arrivò dell’altro olio puro: ecco perché la festa dura otto giorni in ciascuno dei quali s’accende un lumino. Mentre la Menorah originale ha sette bracci (simboleggianti il ciclo naturale come si manifesta nei sette giorni della settimana), il numero otto su questa speciale Menorah (detta “Channukiah”) simboleggia l’intervento divino oltre la natura. Ciascun ebreo è invitato a collocare la Channukiah sul davanzale: visibile all’esterno dai passanti e dai vicini di casa, e ad accendere dopo il tramonto una luce ogni sera in questi otto giorni, magari con stoppini di cotone in olio d’oliva o candele in cera d’api. Vi chiederete: come mai l’Hannukiah ha 9 bracci anziché 8? Perché uno dei lumi serve solo ad accendere le altre candele. E come mai nelle raffigurazioni artistiche che si mandano come auguri di Felice Hannukah si vedono sul tavolo le trottole (sevivon)? Questo giocattolino ricorda il coraggio e l’astuzia dei bambini ebrei che, sotto l’editto draconiano di Antioco IV che proibiva (pena la morte) lo studio della Torah, appena arrivava una pattuglia della soldataglia seleucide nascondevano i libri sacri e fingevano di giocare. Anche Gesù (Yeshua), essendo ebreo, celebrava l’Hannukkah e per quest’occasione si recava al Tempio di Gerusalemme (all’epoca non si usava ancora celebrarla in casa). Lo riferisce il Vangelo di Giovanni (10:22). L’evangelista scelse di non usare il nome ebraico “Hannukah” bensì l’espressione greca “Festa della Dedicazione” (cioè ri-dedicazione o riconsacrazione del Tempio) perché alcuni dei primi cristiani, destinatari del suo libro, non parlavano l’ebraico: se consultate ad esempio l’Enciclopedia Treccani, troverete che Festa della Dedicazione = Hannukah. ****
Lo scorso 14 dicembre due terroristi islamisti hanno scelto di colpire quante più persone possibile ad una festa d’accensione di Hannukah: scenario della Strage degl’Innocenti è una Spiaggia di Sydney, Bondi Beach. Stavolta gli stragisti sono una patetica coppietta inedita: una “folie à deux” costituita da padre e figlio, immigrati di origine pakistana. Il 24enne era disoccupato e il padre, pakistano 50enne, era entrato subdolamente con visto turistico. Tenevano appesa in casa la bandiera dell’ISIS e, secondo Sky News, avevano fatto un periodo di training in un centro d’addestramento ISIS di un mese nelle Filippine. La locale polizia non si era impegnata abbastanza, non aveva evidentemente ricevuto ordini precisi di attenzionarli e nel 2019 aveva fallito nel trovare legami di uno dei due con la Jihad (guerra santa per mezzo di stragi d’innocenti). Com’è noto, bastano singoli individui sradicati, socialmente isolati e psicopatici per fare stragi. Il fatto che due lupi solitari coltivassero la fantasia dell’ISIS (mega Stato islamista) è un reminder del fatto che il terrorismo islamista rinasce continuamente come un’idra. Questa minaccia è una ragione in più per ingrandire i nostri Eserciti (si noti che a proteggere certi eventi ebraici in Italia non ci sono solo i Carabinieri e la DIGOS, che è una squadra speciale della Polizia, ma anche i soldati). Quest’attacco terroristico è un promemoria del fatto che servono politiche durissime dove i ministri degl’Interni abbiano carta bianca per espellere col primo volo chi predica odio antisemita. Inoltre, terzo ma non meno importante, questa serie di omicidi sono la dimostrazione che le sinistre a livello mondiale sono attualmente pericolose per la tenuta della nostra sicurezza pubblica, la sicurezza di ciascuno di noi.
E’ rassicurante la linea dura dell'attuale governo di centrodestra in Italia che, seguendo la linea Trump (principio sacrosanto di massima precauzione), ha dato ordine d’espulsione dell’autoproclamato imam che giustifica il Pogrom del Sette Ottobre (ma ci si è messo di mezzo il magistrato ProPal di turno che ha annullato il decreto). La situazione ha tirato fuori veri Eroi: cristiani, ebrei e un musulmano. Vediamo solo alcune delle storie di eroismo. Innanzitutto il padre stragista è stato eliminato dal poliziotto Cesar Barraza che, forte dei suoi ben 16 anni di servizio, ha mantenuto i nervi saldi ed ha effettuato, dice la Balistica, un “tiro della vita” cioè un colpo di estrema precisione che ha eliminato uno dei killer (il vecchio). In un reality del 2009, “Recruits”, che seguiva l'addestramento dei nuovi poliziotti, aveva dichiarato: «Voglio fare il poliziotto perché odio il crimine». Il 43enne fruttivendolo di origine siriana Ahmed al-Ahmed, padre di due figli e buon musulmano, ha rischiato tutto lanciandosi contro uno dei due serial killer a mani nude: l’ha sorpreso alle spalle e gli ha strappato il fucile impedendo così un nuovo Sette Ottobre, venendo ferito egli stesso alle braccia. Jack Hibbert invece aveva solo 22 anni e quattro mesi di servizio in polizia ma già si è dimostrato coraggiosissimo: ancorché ferito da due proiettili, uno alla testa e uno alla spalla, ha seguitato a prestare soccorso ai feriti. Operato, ha perso la vista da un occhio.
E quando i cecchini hanno iniziato a sparare, il ventenne rabbino Leibel Lazaroff non se l’è data a gambe: si è fermato su un agente ferito ed ha usato la propria tshirt a mò di laccio emostatico prima di venire a propria volta colpito all'addome e a una gamba. Oggi è uscito dal coma, un vero miracolo di Hannukah: figlio di un rabbino texano, era venuto in Australia per studiare con rabbi Eli Schanger, che è stato ucciso e lascia una bellissima famiglia con due figlie, due figli e la moglie (in foto mentre abbraccia la bara del marito). Tutti ricordano Matilda Britvan come «sempre sorridente»: la bambina di dieci anni (foto a fianco), nata e cresciuta a Sydney da una famiglia trasferitasi dall’Ucraina prima della guerra, è stata uccisa dinanzi alla sorellina di sei anni, Summer, che ha chiesto subito: «Mia sorella è morta?», racconta zia Lina Chernykh. Siccome l’avevano colpita alla gamba la zia ha pensato: «Potrebbe perdere la gamba ma tanti possono vivere senza gambe, noi ci prenderemo cura di lei». Ma ha perso troppo sangue. «Matilda era vivace, gioiosa e luminosa come un sole», ricorda Lina. Lei e la sorella minore «erano inseparabili, come gemelle». Quattro mesi fa la giornalista ebrea australiana Amie Liebowitz aveva fatto la Domanda retorica sul settimanale berlinese “Jüdische Allgemeine”: «Ma un ebreo deve morire prima che il grande pubblico si preoccupi dell’antisemitismo?». Ma l’occhialuto Premier australiano di sinistra rivolgeva lo sguardo da miope alla “Palestina”, non agli ebrei sott’attacco anche fuori da Israele. Benjamin Netanyahu gli aveva mandato ripetuti avvertimenti: Allerta Alta su Antisemitismo in Australia! Semplice. Ma il primo ministro australiano ha preferito il falso impegno ProPal. Il Premier Albanese (si chiama proprio così come l’avvocaticchia ONU ProPal) non s’è mai curato in due anni nemmeno di dispiegare adeguate protezioni per gli ebrei locali: solo tre agenti, di cui due uccisi dai terroristi. L’australiano ha dato un riconoscimento ad un’infida entità islamista, antisemita, terroristica, genocidaria e mafiosa che dà i premi in denaro alle famiglie dei terroristi e ha riconosciuto “lo Stato di Palestina” (qualunque cosa tutto ciò voglia significare) e non ha dato ascolto né agli avvertimenti dell’omologo israeliano né alle istanze delle Comunità ebraiche che richiedevano prudenza nel linguaggio e maggiori protezioni: così ha sacrificato ben sedici vite innocenti. Su quella spiaggia, a sorvegliare duemila convenuti, c’erano soltanto tre agenti di polizia! Un alto funzionario delle Forze dell’ordine, intervistato dal quotidiano “The Australian”, ha dichiarato che Albanese e gli altri «del governo ora parlano come se l’Attacco terroristico a Bondi Beach fosse arrivato senza preavviso, come se non ci fossero stati segnali d’allerta, minacce crescenti, un’atmosfera di pericolo, come se fosse emerso dal nulla. La verità è inequivocabile: i campanelli d’allarme suonavano da tempo». Coerentemente con la sua attitudine alla menzogna e alla maschera, l’orribile uomo ha avuto la faccia tosta di negare l’evidenza e di presentarsi, impassibile come un classico sociopatico privo di emozioni, alla Veglia per le Vittime: la folla di convenuti, in lacrime, l’ha fischiato gridandogli «Sangue sulle Sue mani!» (e la ministra degli Esteri australiana Penny Wong ha preferito, ond’evitare i fischi, non partecipare ad una sola veglia o ad un solo funerale). Compatte, tutte quante le Famiglie delle vittime gli hanno scritto una Lettera ingiungendogli d’istituire immediatamente una Commissione d’inchiesta del Commonwealth sul boom di antisemitismo dopo il Sette Ottobre e sui fallimenti della politica nella prevenzione di attacchi: «Pretendiamo risposte e soluzioni. Dobbiamo sapere perché sono stati ignorati chiari segnali d’allarme, come mai sia stato permesso all’odio antisemita e all’estremismo islamico di crescere senza controllo». La risposta al Perché un simile squallido politico abbia speso il suo tempo a dare pubblico credito alla propaganda di Hamas (che plaude ai Paesi che hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”) ma non abbia dato credito alla democrazia israeliana è semplicissima: il pregiudizio razziale negativo contro il popolo ebraico.

martedì 29 luglio 2025

In Onore dell’Eroe Ulrichs la 31esima Lesbisch-schwules Stadtfest di Berlino

di LELE JANDON
Si fa ritorno a casa carichi di simpatici doni e carinissimi gadget dalla “Lesbisch-schwules Stadtfest”, la tradizionale festa cittadina gay-lesbica della durata di due giorni arrivata alla sua trentunesima edizione qui a Berlino: brochures, adesivi, penne, matite, molesquines, libretti, berretti, braccialettini, caramelle, cremine solari e condom in nome della cultura della prevenzione. In alcuni casi li offrono i volontari, in altri c’è una breve fila e si gira una ruota della fortuna: a seconda di dove si ferma, ti assegna il relativo regalino-ricordo. E’ una “Straßenfest” (street festival), una festa di strada come una fiera o un mercato: con chioschi, bar e birrerie (fra gli sponsor, la Birra Beck’s) dislocati lungo sei vie (pedonalizzate per l’occasione) del Centro del distretto residenziale gay friendly di Schöneberg.
L’iniziativa si svolge sempre di Sabato & Domenica nella capitale tedesca in occasione della serie di Eventi per il “Pride Month” nella settimana precedente il CSD (Christopher Street Day). I residenti di questo tranquillo quartiere possono curiosare ed ascoltare gli show musicali dei varî palchi anche standosene comodi sui balconi di casa propria e sono contenti di quest’animazione perché gli orari sono rigidi e rispettati: la festa ha un inizio e una fine, dalle 11 del mattino alla mezzanotte di sabato e alle 22 di domenica. Qui c’è massima osservanza delle regole che rispettano la Quiete del Quartiere, ad esempio in un bar dalle ore 23 un inserviente ha il preciso còmpito di esibire un cartello “Niente drink fuori”, come dire si può bere solo all’interno. Peraltro, nonostante l’enorme afflusso di visitatori (350 mila) non si sentono schiamazzi. In tal modo il quartiere, popolato da famiglie e persone agées, vuol bene alla comunità LGBT che apporta vitalità, allegria e sicurezza.
Niente a che vedere con il fenomeno ‘made in Italy’ della “malamovida”, fatta di spaccio, sporcizia e berci della Milano del “laissez faire” della ProPal Diana De Marchi e di Beppe Sala. La Polizei è come sempre presente e rassicurante, ben visibile ed attenta ed ha un proprio stand con agenti gay che raccontano agli aspiranti poliziotti la politica inclusiva della Polizia di Berlino. Da tempo i tedeschi hanno capito che un clima di tolleranza e inclusivo fa bene alla società e all’Economia (quella tedesca resta la più forte d’Europa). Per questo lo spirito della festa gay estiva è farsi conoscere da parte delle svariate associazioni ed Istituzioni e lanciare un semplice e chiaro Messaggio: se sei gay, lesbica o trans e desideri candidarti a quel posto di lavoro, non troverai pregiudizî negativi. A questo scopo sono stati presenti con i loro chioschi e tantissime donne gay il Tribunale, l’Aeroporto BER, le diaconie (cioè il volontariato delle chiese), le cliniche private protestanti, la moschea liberale “Ibn-Rushd Goethe” che alla Vigilia del Pride ha issato la bandiera arcobaleno), l’Ufficio comunale del volontariato, la Fondazione “Magnus Hirschfeld” (intitolata al sessuologo ebreo tedesco la cui opera omnia fu bruciata da Hitler), la Deutsche Bank, le catene di supermercati “Rewe” e “Penny”, l’Associazione dei franco-tedeschi e quella dei boxeur gay (“Venite, non pensate che per la boxe serva chissà quale forza nelle braccia!”, assicurano). Presenti anche i soldati della Bundeswehr che vediamo ogni giorno con la pubblicità in TV perché l’Esercito tedesco deve rafforzarsi ed ingrandirsi (un comandante in capo americano della NATO giorni fa ha prospettato che potrà esserci una Terza guerra mondiale dove avremo un doppio fronte, in caso d’invasione dell’Isola di Taiwan insieme a Putin: il nostro mondo libero contro Federazione russa e Cina, legate da “amicizia eterna”). Non potevano mancare, per la gioia dei bambini, i mitici Berlin Feuerwehr, i Vigili del fuoco Volontari che offrivano una dimostrazione pratica su come eseguire correttamente un massaggio cardiaco in nome della cultura del pronto soccorso che tutti dovremmo un po' conoscere. Con un bellissimo “double decker” in stile londinese (di quelli che circolano qui nella capitale tedesca) c’era anche l’efficientissima azienda dei trasporti pubblici, la BGV. Di propria iniziativa la compagnia che gestisce i bus e i metrò ha colorato di arcobaleno la fermata della metropolitana dinanzi al Bundestag: «Et voilà, il nostro Parlamento è pronto per il Pride!», ha scritto l’azienda in risposta al gestaccio del Cancelliere che (indirettamente, per ordine di una bigotta del partito, la presidente dell’Aula Julia Klöckner) ha interrotto la tradizione, introdotta dal precedente governo liberale, di issare la bandiera rainbow nel Mese del Pride sulla cupola di vetro. Un’altra sonora risposta alla politica omofobica della CDU del governo centrale è stata l’iniziativa delle associazioni LGBT tedesche che la mattina del Pride hanno sciolto una mega bandiera del movimento di liberazione gay e lesbico proprio dinanzi alla Sede del Parlamento federale. Quest’anno la “Lesbisch-schwules Stadtfest” era dedicata ai duecent’anni dalla nascita di un coraggiosissimo pioniere assoluto sia dei diritti gay in Germania sia della scienza sessuologica, predecessore del già citato Magnus Hirschfeld (che infatti l’andò a trovare e conoscere per manifestargli la sua stima): Karl Heinrich Ulrichs (1825 - 1895). Il pluripremiato medico psichiatra e sessuologo tedesco Volkmar Sigusch (1940 – 2023) ha definito questo stupendo personaggio (avvocato, latinista e storico laureato qui a Berlino) il “primissimo uomo gay dichiarato al mondo”. Infatti l’avvocato Ulrichs fece il suo coming out nel 1867 a Monaco ad un congresso di giuristi in cui tentò di convincerli a richiedere insieme l’abolizione della legge prussiana antiomosessuale (il famigerato paragrafo 175, poco applicato ma riattivato da Hitler). Successe il contrario: quando la Prussia annesse altre parti della Germania la legge antigay fu estesa. E poiché nessuno è profeta in patria, nel 1880 Ulrichs decise di trasferirsi nell’Italia cattolica che essendo strapiena di preti omosessuali era relativamente più tollerante in alcune zone del Sud. Qui, come dicevo, andò a fargli visita il dottor Hirschfeld, suo ammiratore, che ne trasse ispirazione per la sua analoga opera anche di ricerca scientifica e divulgazione qui a Berlino e per la stessa battaglia contro la legge 175. Nonostante sia morto a L’Aquila in Italia non lo sentirete mai nominare dai dirigenti LGBT (gli amici di De Marchi, Majorino e Sala) che non hanno idea di chi sia Al contrario Ulrichs era un erudito e padre del movimento gay tedesco e proprio grazie alla sua cultura Ulrichs dette un nome poetico e magico all’orientamento omosessuale coniando dal greco antico il termine “uraniano” (celeste) per dire “gay”, prendendo ispirazione dall’epiteto che dà ad Afrodite, dea dell’amore, il personaggio di Pausania nel dialogo “Simposio” di Platone, dove questo simpostasta dice: “E’ più nobile l’amore alla luce del sole che nell’ombra”. Lodevole l’iniziativa, unica nel suo genere, dell’attivista liberale italiano Enzo Cucco Tosco che sta organizzando una gita a l’Aquila per il 30 AGOSTO per commemorare Ulrichs con visita alla tomba e letture dei suoi testi (adesioni all’email ulrichs200it@gmail.com). Sul mio Facebook e sulla mia Pagina “Lele Jandon Photography” trovate le foto complete della manifestazione.